Quando non c’è una testa a cui sparare

31 luglio 2009 at 21:06 (pensieri personali, sproloqui) (, , , , , , , , , , , , , , , , , , )

Evin e i buchi neri

Il finale di “1984” è inquietante, fastidioso, fa orrore e sgomento, quasi priva chi legge della certezza delle piccole cose. È l’idea della tortura che tenta e alla fine riesce a disintegrare le persone dall’interno che agghiaccia; è il pensiero che il controllo possa essere totale, e che la fiducia reciproca sia impossibile, che fa venire i brividi. E infine è l’immagine di un confine tra vita e morte assurdamente sfumato, al punto che sembra non avere senso sforzarsi di capire se Winston sia morto sotto i ferri dei suoi carnefici o meno, a lasciare una sottile pervasiva sensazione straniante, una sensazione di totale impotenza.

Ma la società di Pista Prima non esiste, è morta, è capitolata in un passato remoto ed indefinito. Al più si incontrano sporadiche resistenze individuali senza speranza. Non c’è intorno ai prigionieri una rete di contatti umani, di persone che soffrono, si angosciano, piangono e si oppongono. Non c’è una vita quotidiana che si infrange, non c’è un prima e non c’è un dopo, tutto è una parentesi nel nulla. A Pista Prima, si direbbe, è semplicemente troppo tardi.
Almeno così mi pare, ma dovrei rileggere il libro, è passato troppo tempo.

Il Presidente Khatami visita unesposizione iperealista... (2004)

Il Presidente Khatami visita un'esposizione iperealista - 2004

Evin è peggio. Evin non è fatta per il mantenimento di uno status quo consolidato e apparentemente immodificabile. È il coperchio sulla pentola che bolle. Non è amministrazione dell’esistente, è il puntellamento continuo del potere. È la belva che lotta per la sua sopravvivenza, che si nutre e si alimenta della sua stessa violenza senza la quale non avrebbe più ragione di esistere.  È il sistema per spezzare le gambe che ostinatamente si sostiene siano state amputate tempo addietro. È il sistema cannibale che si nutre di gambe, che per due che ne sbrana deve trovarne quattro nuove. Evin è peggio perché aggredisce un’umanità ancora capace di sanguinare, non è un banale avvoltoio in cerca di carcasse che camminano. Evin è molti luoghi. È il braccio 209 e quello 325. Evin è a Tehran ma non solo. È l’unico nome disponibile, noto, conosciuto e memorizzabile per una serie di posti orrendi e senza nome, o con una miriade di nomignoli. Evin sono le prigioni occulte, i pozzi, le stanze cieche, le segrete delle caserme e del Ministero dell’Intelligence trasformate in cripte di prigionia e tortura il cui solo pensiero farebbe rabbrividire il più smaliziato dei guerriglieri, ma in cui può finire pressoché chiunque. Anche al più ingenuo degli adolescenti può capitare di scoprire questi luoghi misteriosi, entrarvi suo malgrado e ricevere l’onore di essere trattato alla stregua di un temibile condottiero nemico.

Evin è la residenza di quelli che non esistono e che non sono mai esistiti nonostante le famiglie li stiano ancora cercando. È la scienza delle cose apparentemente casuali. Si può stare dentro dieci giorni senza che succeda niente di tragico, ci si passare anche metà della propria esistenza uscendo in discrete condizioni di salute. Si può entrare e morire la notte stessa sotto i pestaggi e le torture, diventando un cadavere che salterà fuori per caso, forse, un mese dopo, chissà dove, magari carbonizzato ed irriconoscibile. Senza neppure i denti per prendere un calco.

Akbar Ganji dopo il rilascio, 19 Marzo 2006. Foto: Arash Ashorinia -Kosoof.com

Akbar Ganji dopo il rilascio. 19 Marzo 2006. Foto: Arash Ashorinia - Kosoof.com

Ad Evin è possibile trascorre periodi medi o lunghi, mesi o anni, o anche decenni, venirne fuori vivi ma debilitati nella mente e nel fisico, irreparabilmente segnati dalla malnutrizione, dalle botte, dalla scarsità di tutto. Dalla pressione psicologica, dalle umiliazioni, dalla fatica di vedere altri soffrire e sentirsi impotenti e magari confusi, perché qualche aguzzino si inventa che se testoni contro tuo fratello smetteranno di seviziarlo. Tortura bianca, isolamento, deprivazione sensoriale, impossibilità di riposare, alterazione del ritmo biologico, ma anche tortura bruta, medievale. Ad Evin si frustano forte le piante dei piedi, si stritolano membra, si strappano unghie e si cacciano teste in secchi pieni di escrementi aspettando quanto basta perché trattenere il respiro diventi impossibile. Si ammassa la gente in piccole stanze buie e le si lascia letteralmente marcire negando loro l’uso dei servizi igenici per giorni, elargendo cibo e bastonate di tanto in tanto. Oppure si chiudono persone in loculi così piccoli e bassi che sembrano bare, si può solo stare sdraiati ed aspettare.
Le tecniche sono antiche, l’esperienza trasmessa inalterata risale ai tempi dello Shah e della SAVAK. Oggi VEVAK,  due sole lettere di differenza tra le due sigle per dire, in una maniera coincisa ed efficacissima, che nulla è cambiato. Ad Evin si violenta con tanta brutalità da uccidere. Donne ma anche uomini, gente che a volte è difficile definire adulta. Da Evin si esce ma ci si rientra anche. Si esce con un permesso più o meno lungo, per motivi piuttosto vari, ci si presenta a casa in condizioni poco graziose. E mi viene in mente cosa deve essere per una madre vedersi comparire sulla soglia l’ombra tumefatta di un figlio e doverlo poi riaccompagnare alle porte della gabbia, dopo aver visto il risultato dell’ospitalità del carcere cittadino, avendo un’idea fin troppo ben definita di quello che succede dietro le alte mura di quella che ha tutti gli effetti è una città nella città.
Oppure si esce pagando a caro prezzo la propria libertà, la propria cauzione, per essere nuovamente arrestati pochi giorni dopo, e magari sparire, dopo che parenti e amici hanno dato fondo a tutte le riserve e sono rimasti senza mezzi per aiutarti. Da Evin si esce non di rado per morire oche ore dopo il rilascio. Dentro le mura di  Evin si perdono le tracce di frotte di studenti anonimi. Dentro le mura di Evin vengono incarcerate le ridotte al silenzio le voci degli intellettuali, dei clerici dissidenti, dei veterani della guerra che hanno detto una parola di troppo, dei basiji che hanno perso la fede nel sistema. Dentro le mura di Evin gli attivisti di sinistra vengono inghiottiti e digeriti in fretta.

Dentro le mura di Evin alcuni vengono fucilati e non se ne sa più niente, sepolti in fosse comuni.

Un militante giustiziato nellestate del 1988

Un militante giustiziato nell'estate del 1988

Finché la forca è sola…

Ma per essere fucilati in Iran pare si debba averla combinata grossa, il fucile è per l’opposizione organizzata, magari armata, è per chi milita in organizzazione politiche, perché sposa un’ideologia avversa a quella vigente. È per gli atei comunisti, o per gli ipocriti Mujahdin. La fucilazione è riservata a chi rappresenta una minaccia reale, diretta, totale, non solo teorica o ideale. E non si svolge in pubblico, non è cosa di cui vantarsi come una lapidazione. Ricorrere alla fucilazione vuol dire ammettere che esiste qualcuno in grado di scalfirti, palesare la propria definitiva vulnerabilità. È quasi una questione tra pari. Chi viene fucilato deve in qualche modo essersi posto sullo stesso piano del regime. Farsi fucilare vuol dire essersi fatti scoprire, essere stati identificati come nemico competitore, ma anche aver perso l’appoggio delle masse, essere in una condizione di emarginazione tale per cui uno sterminio non riesce a far sollevare l’onda dell’indignazione collettiva. Quando i fucili tuonano il sistema ha già vinto. Ha circoscritto il pericolo, definito un’élite di militanti da cancellare. Era il 1988 secondo il nostro calendario quando i fucili della Repubblica Islamica dell’Iran sparano più di 20000 colpi. Quest’anno è il 1388 secondo il calendario iraniano e possiamo ancora augurarci di che all’interno delle mura di Evin non si spari. Che tutti  morti che verranno saranno morti impiccati, pestati o torturati e lasciati agonizzare. Ma non fucilati. Che poi è il sistema di eliminazione più rapido. L’unico che ti permettere di far sparire decine di migliaia di individui, l’unico praticabile se si vuole letteralmente cancellare un segmento di società.

Se questo sollevazione è davvero di massa, se davvero il movimento si muove su una rete che non ha nodi centrali, in cui tutti sono necessari ma nessuno è indispensabile, se veramente non c’è nessuno che ne tira i fili, i fucili resteranno in silenzio.

. 2004: Gathering at Khavaran cemetery in Tehran in memory of the 1988 massacre of Iranian political prisoners. Hundreds, perhaps thousands, were secretly executed in the capital and in prisons throughout the country on the orders of Ayatrollah Khomeini [See Abrahamians account]. Photos from Etehad Fedaian Khalgh.

2004: Gathering at Khavaran cemetery in Tehran in memory of the 1988 massacre of Iranian political prisoners. Photos from Etehad Fedaian Khalgh

Our Neda is alive, it’s the regime that is dead! (*)

Cut off one head of the Green Movement and it will grow 1,000 in its place (**)

Freedom, equality, human identity! (***)

Questo post è un delirio personale, frutto di riflessioni lunghe ma non molto ponderate, che attingono alle seguenti fonti:

  • Le porte chiuse di Teheran – di Zarah Ghahramani, con la collaborazione di Robert Hillman. Autobiografia di una studentessa arresta quasi per caso;
  • Ashraf Delgani, “Torture and resistance in Iran , Memories of the woman guerrilla A. Delgani, member of the O.I.P.F.G.”, (ovvero le memorie di una leader dei Fedayn torturata in prigione ai tempi dello Shah così come sono citate da Hamideh Sedghi in “Women and politics in Iran – Veiling, unveiling, reveiling“;
  • George Orwell – “1984“;
  • Articoli e testimonianze varie sulle esecuzioni di massa dell’estate 1988 (ad esempio Wikipedia, pagina ricca di link a fonti primari, il sito web Iran Rigths, il portale Mid East Youth, e questa pagina web creata in occasione del memoriale del massacro);
  • Sempre sul massacro del 1988, un contributo dello storico Abrahamian: qui;
  • Referto del medico legale sul corpo di Zahra Kazemi (qui);
  • Caso personale di Akbar Ganji, oggi cittadino onorario di Firenze, dalla corrispondente pagina di Wikipedia e dalle foto di Arash Ashoorina (in ordine cronologico, qui, qui e qui);
  • Informazioni varie sul caso Ahmed Batebi (bastino la relativa pagina di Wikipedia – qui– e i link che vi si trovano, ma anche la traduzione di un’altra sua testimonianza);
  • Informazioni varie sul caso Akbar Mohammadi (idem, qui);
  • Informazioni sul caso più recente (2008) di Ebrahim Latif Allahi;
  • Il caso di Farzad Kamargad, insegnante curdo appartenente al Sindacato dei Docenti.
  • Fatti recenti e meno recenti vari. Tra le tante fonti:
  • Amnesty International,
  • alcune pagine del The Guardian, qui,
  • il blog Iranian Leftists qui,
  • RSF – Reporters Sans Frontiers, ad esempio questo video o quest’articolo più recente,
  • le testimonianze raccolte da Revolutionary Road, Iran All Day, SB News e Roozonline.com, in particolare relativamente alle morti di Amir Javadifar (1985-2009), Alireza Davoodi e Ramin Ghahremani (1979-2009), figlio del consigliere del candidato conservatore Rezai, tutte avvenute a causa delle torture subite in carcere, ma le ultime due solo alcuni giorni dopo il rilascio.
  • Aggiungo infine due articoli di questi giorni: “Iran, tante prigioni come Guantanamo” e “Teheran, tra rilasci e tortura”


(*) Slogan diffuso in rete e nelle strade

(**) da twitter

(***) slogan in via di diffusione, adottato promosso dal blogger Saeed Valadbaygi

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International Day of ACTION for Iran – Barcelona

28 luglio 2009 at 11:49 (eventi) (, , , , , , )

uni_square

Barcelona, Plaça Universitat (University Square) - 25th July 2009

amnesty

The speaker from Amnesty International holds her lecture (in Catalan) before an Iranian flag with the words "Freedom for Political Prisoners" (in Spanish)

people

Iranian, Spanish and international people standing in solidarity

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Iranian children in Barcelona, dressing a T-shirt with the picture of Neda. They were giving red roses and green ribbons to the people.

green_baloons

Green baloons flying among people

Musinc in Solidarity

Music in Solidarity

"Where is my vote?" in Spanish (left) and Catalan (right)

"Where is my vote?" in Spanish (left) and Catalan (right)

The word "Iran" made up by candles

The word "Iran" made up by candles

Young Iraninan speaker addressing people with chants and slogans

Young Iraninan speaker addressing people with chants and slogans

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International Day of ACTION – July 25

25 luglio 2009 at 10:39 (eventi) (, , , , , )

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Libertà per Hengameh Shahdii, Mahsa Amrabadi e tutti gli altri giornalisti arrestati

19 luglio 2009 at 14:31 (contributi in prestito) (, , , , , , , )


[da Women in the city]

di Ahmad Rafat (membro dell’esecutivo di ISF)

Henghameh Shahidi

L’hanno arrestata. Hengameh Shahidi, la coraggiosa giornalista iraniana che era rientrata da Londra, dove viveva da qualche anno per frequentare un corso all’università, è stata arrestata.
Tempo fa avevo scritto una nota citando una sua drammatica comunicazione che mi era giunta nei primi giorni della rivolta. In quella email, Henghameh mi raccontava di come era fuggita all’arresto e di come dormiva ogni notte in una casa diversa, per continuare ad aggiornare il suo blog. Nella sua email, Henghameh ,mi salutava come se fosse diretta al patibolo, come se fosse la nostra ultima comunicazione. Dopo quella email, ne ho ricevute altre due da lei, poi il silenzio.
Un silenzio che non premetteva nulla di buono. Oggi ho saputo che l’hanno arrestata qualche giorno fa. Con la detenzione di Henghameh Shahidi sale a oltre 40 il numero dei giornalisti e dei blogger arrestati dal 13 giugno. Tra di loro anche un’altra collega, Mahsa Amrabadi, incinta di sei mesi e Saiid Hajjarian, paralizzato in seguito ad un attentato subito 10 anni fa.

Mahsa AmrAbadi

Mahsa AmrAbadi

La collega che mi ha chiamato per comunicarmi l’arresto di Henghameh Shahidi mi ha posto una domanda: come è possibile che davanti ai fatti gravi che accadono in questi giorni in Iran, con migliaia di giovani arrestati, centinaia di feriti e alcune decine di morti, gli otto grandi della terra si limitino a “deplorare” quanto sta accadendo nel mio paese?
Bella domanda, che si sono posti in molti anche nel corso del summit degli otto grandi all’Aquila.

E sufficiente essere “preoccupati” e “deplorare” quando tutti i diritti di un popolo, a cominciare da quello di voler scegliere il proprio presidente, vengono calpestati? Molte colleghe italiane, tutte quelle che qualche anno fa numerose hanno partecipato al convegno della FNSI dedicato alle giornaliste iraniane, hanno conosciuto da vicino Henghameh Shahidi, l’hanno ascoltata e l’hanno intervistata.
Almeno loro dovrebbero compiere un passo presso il governo italiano perchè intervenga a favore di lei e degli altri giornalisti arrestati nei giorni successivi alle elezioni truffa del 12 giugno

14/07/2009

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Shadi Sadr arrestata da uomini in borghese venerdì 17 luglio

18 luglio 2009 at 16:02 (notizie in pillole) (, , , , , , , )

Shadi Sadr, avvocato e attivista per i diritti delle donne, è stata arrestata da uomini in borghese che l’hanno aggredita e costretta a salire in un’automobile mentre si recava alla preghira del venerdì presso l’università di Teheran, il 17 luglio.
Durante il sermone, tenuto da Hashemi Rafsanjani, si sono verificati scontri tra gli oppositori del governo e i basidji. Si parla di un centinaio di persone arrestate, tra cui religiosi ed ufficiali dell’esercito (qui, ma in farsi). Sono stati perfino lanciati gas lacrimogeni sulla folla dei fedeli.
Per la prima volta dall 1979 la televisione di stato non ha trasmesso la preghiera del venerdì di Tehran in diretta.

Shadi Sadr era già stata arrestata in seguito ad una manifestazione pacifica il 4 marzo 2007 e rilasciata 15 giorni dopo dietro cauzione. Trai i suoi clienti più “celebri” ricordiamo il drammatico caso di Nazanin Fatehi, allora sedicenne, condannata a morte per aver ucciso il suo aggressore nel tentativo di difendere se stessa e sua nipote. Oggi Nazanin è libera ma la sua situazione legale è ancora poco chiara.

Di Shadi Sadr non si hanno notizie, su Twitter gira voce che abbia telefonato al marito facendogli l’assurda richiesta di dirle il codice pin del suo cellulare…

[da Revolutionary Road e Ansa]

Liberi tutti subito!

Khamenei come Pinoche!

Evin come la Bastiglia…

Aggiornamento: la casa di Sadr è stata perquisita e le sue cose sequestrate secondo quanto dice il marito. Domani ci saranno le udienze di alcuni suoi clienti che saranno costretti a presentarsi senza avvocato.

Shadi Sadr con Nazanin in una delle udienze di Nazanin

Shadi e Nazanin durante una udienza

AGGIORNAMENTO 28/07: Shadi Sadr è stata rilasciata oggi dietro il pagamento di una cauzione di 50000$ (fonte : Iran Human Right )

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Dibattito sull’Iran: un contributo interessante

12 luglio 2009 at 11:13 (contributi in prestito) (, , , , , , , , )

Mentre leggevo quest’articolo, pescato sul sito comunistissimo e italianissimo “Il mercante di Venezia“, mi domandavo come l’autore fosse riuscito a mettere insieme informazioni così dettagliate senza avere accesso a fonti dirette o comunque in lingua farsi. Infatti non era questo il caso.
L’autore dell’articolo che segue, di cui faziosametne riporto solo le parti che trovo più interessanti e condivisibili ma che può essere letto qui in versione integrale, è Alì Ghaderi, Responsabile Esteri dell’Organizzazione dei Fedayn del Popolo Iraniano. Si tratta di un pezzo molto… marxista,  lungo e “pedante” per stessa ammissione di chi lo ha scritto, strutturato in forma argomentativa e decisamente dettagliato, che forse vale la pena di leggere per intero. Qui riporto l’essenziale, la linea del discorso senza però le prove minuziose o tutti gli esempi.

Dibattito sull’Iran. Risposta a Eva Golinger e agli islamo-marxisti

Compagno Chavez, compagno Lula, compagno Ahmadi Nejad? No, grazie! Risposta a Eva Golinger e ai suoi estimatori italiani

In questi giorni nella sinistra italiana, di fronte ai drammatici avvenimenti in Iran, fioriscono singolari manifestazioni di simpatia verso la Repubblica Islamica, anche grazie alle prese di posizione di alcuni numi tutelari della stessa sinistra, tra cui Lula e Hugo Chavez, il quale ha dichiarato che in Iran non ci sono stati brogli e che la cosiddetta onda verde è semplicemente un’invenzione della CIA. Di fronte a tali affermazioni pensavamo non ci fosse bisogno di intraprendere lunghe discussioni teoriche. Basterebbe utilizzare il buon senso per dire che la sinistra non può appoggiare un regime dittatoriale teocratico e che Lula e Chavez parlano a difesa delle proprie economie.

Ma, preso atto che per alcuni il buon senso non è sufficiente, veniamo ad argomentare questa affermazione. E siccome buona parte delle obiezioni vengono corroborate da una sedicente analisi “leninista”, attingeremo a qualche esempio tratto dalla storia del marxismo rivoluzionario, chiedendo anticipatamente scusa se saremo costretti ad essere un po’ pedanti. Il sito de L’Ernesto ha tradotto e pubblicato nei giorni scorsi un articolo di Eva Golinger, intitolato La “Rivoluzione Verde”: il copione è stato riproposto; questa volta in Iran, che ci sembra un buon compendio delle teorie complottiste islamo-marxiste e dunque scegliamo di rispondere a quell’articolo, anche perché l’autrice è un’intellettuale vicina proprio a Hugo Chavez. […]

Le tesi della Golinger si possono sintetizzare così:

1. la ribellione del popolo iraniano è assimilabile alle cosiddette “rivoluzioni colorate” avvenute in alcuni Stati dell’Est europeo e repubbliche ex sovietiche, come la “rivoluzione arancione” in Ucraina. In altre parole è l’imperialismo americano che, attraverso ONG, servizi segreti e altre agenzie governative, tira i fili della contestazione. Mostrare indulgenza nei confronti di chi manifesta significa dunque schierarsi con l’imperialismo, cioè con gli USA.

2. I brogli e l’immagine dittatoriale appiccicata alla Repubblica islamica sono un’invenzione mediatica mirata a screditare l’Iran, appunto perché rappresenta un ostacolo per l’imperialismo americano.

3. Ahmadi Nejad in realtà gode del sostegno del popolo iraniano, mentre il movimento scatenatosi dopo le elezioni esprime gli interessi esclusivi della borghesia e delle classi medie: una specie di cavallo di Troia per gli interessi americani in Iran.

1. Non c’è un solo imperialismo

E’ assodato che gli USA vedano nell’Iran un paese chiave per loro politica, vista l’influenza che esso esercita su una vasta area del mondo, attraverso i suoi legami con le enclavi sciite in Iraq, Libano, Siria, Pakistan, India e anche con organizzazioni dell’islam sunnita (ad esempio Hamas). Dunque è ovvio che lavorino per modificare gli assetti di potere interni all’Iran secondo i propri interessi. Trarne come conseguenza che chi contesta il regime è filoamericano ci sembra quanto meno discutibile. Viviamo in uno scenario mondiale complesso e segnato dal conflitto tra differenti imperialismi (non c’è solo quello americano) ed è abbastanza naturale che, in questo quadro, qualsiasi posizione si assuma su temi di politica internazionale possa essere strumentalizzata. Non è una novità. Vorrei ricordare che nel 1917 Lenin e gli altri rivoluzionari russi in esilio in Europa arrivarono in Russia per mettersi alla testa della rivoluzione nel famoso vagone piombato messo a disposizione dalla Germania, probabilmente insieme a una congrua dotazione di rubli, e che se il Kaiser fu così gentile doveva avere i suoi buoni motivi. Tant’è che per anni la propaganda dipinse i bolscevichi come spie e agenti dell’imperialismo tedesco. Avrebbero dovuto dire: “No, grazie. Andiamo a piedi”?

Seconda osservazione: siamo proprio sicuri che oggi Obama abbia interesse a sostenere una ribellione che nasce sì da uno scontro interno al regime, ma sotto la spinta popolare sembra sfuggire allo stesso controllo di Moussavi? A giudicare dalle dichiarazioni sue e dei principali governi occidentali parrebbe esattamente il contrario.
[…] lo scontro tra Ahmadi Nejad e Moussavi, nato come un conflitto di potere tutto interno al regime (*), ha fatto emergere un groviglio di contraddizioni e di aspirazioni collettive che probabilmente travalicano le intenzioni di Moussavi e su cui lui stesso non è in grado di esercitare un controllo adeguato. Le elezioni sono state la classica goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo di tensioni politiche e sociali crescenti, che già da alcuni anni si manifestavano nei fermenti delle classi medie più sensibili alle sirene occidentali, ma anche in una crescita significativa delle lotte sindacali e della contestazione studentesca. Il conflitto che ne è seguito dunque ha portato alle luce domande che non troveranno risposta nel quadro della Repubblica islamica e dunque spingono verso una possibile rottura con le compatibilità di quel quadro. Se negli ultimi giorni, anche come conseguenza della repressione brutale, agli slogan contro Ahmadi Nejad si sono aggiunte le grida di “Morte a Khamenei! Morte alla Repubblica islamica!” e la gente ha cominciato a bruciare le immagini della Guida religiosa, significa che la probabilità di una “soluzione interna”, quella che tutte le diplomazie occidentali perorano, sta diminuendo. […]

I leader “riformatori” storici iraniani oggi sembrano impegnati nella ricerca di una soluzione che permetta di mettere a lato Ahmadi Nejad e forse anche Khamenei preservando la repubblica islamica […]. Il problema è: oggi, dopo decine di morti, centinaia di arresti, l’esplodere della rabbia popolare, tale mediazione è possibile e Moussavi sarebbe in grado di sottoscriverla? A noi non sembra scontato che la risposta sia sì. Arrivato alle elezioni come creatura di Rafsanjani, Moussavi, ex primo ministro e responsabile per lo sterminio di 30mila oppositori del regime (noi non ce lo siamo scordati), oggi è spinto dalle circostanze verso un’altra traiettoria. Lo scenario è contraddittorio e ci sono diversi finali possibili.

2. L’anti-imperialismo “unitario e plurale”, da Chavez a Ahmadi Nejad

A differenza di Eva Golinger, di Lula e di Hugo Chavez noi non abbiamo granitiche certezze sulla vittoria di Ahmadi Nejad né su quella del suo rivale, anche se l’ammissione di qualche “errorino” da parte di Khamenei è acclarata. Ma il punto è che – con o senza brogli – quando un candidato per essere eleggibile deve essere costituzionalmente “approvato” dalla Guida religiosa e professarsi musulmano di confessione sciita, cioè quando vi sono forze politiche (tra cui quelle di sinistra) escluse dalle candidature, il tasso di democraticità di un sistema politico non si misura più in base alla “regolarità” degli scrutini. Noi […] pensiamo che, dal punto di vista dei lavoratori e delle classi subalterne, un sistema democratico sia preferibile a una teocrazia. E sappiamo che la rivendicazione collettiva di semplici diritti democratici si accompagna e si intreccia per lo più con la richiesta di giustizia sociale. Tuttavia dobbiamo riconoscere di essere viziati da qualche pregiudizio ideologico. Tanto da ritenere – a differenza di Eva Golinger – che quando la polizia spara su donne e bambini, ciò costituisca un crimine e non “una presunta violazione dei loro diritti” (a meno che anche i morti non siano una fiction girata negli studios della Paramount a Hollywood).

I compagni de L’Ernesto ci risponderanno citando la famosa frase di Lenin a proposito dell’emiro afghano Amanullah – “E’ un reazionario, ma lotta contro l’imperialismo” -, utilizzata dai “marxisti-leninisti” per giustificare l’appoggio a un fronte antimperialista che va da Chavez a Ahmadi Nejad, magari passando per il mullah Omar e – perché no? – Osama Bin Laden. Ma Amanullah era un reazionario che negli anni ‘20 abolì la schiavitù e l’usura (a danno dei commercianti e dei grandi proprietari terrieri); bandì la poligamia, l’obbligo per le donne di portare il velo, la pratica dei matrimoni imposti e introdusse le scuole miste. Infine lottò per l’indipendenza dell’Afghanistan dall’impero coloniale inglese e venne rovesciato con l’appoggio dei clan tribali ostili alla modernizzazione. […] Ma sdoganare la politica interna degli ayatollah in nome della lotta contro l’imperialismo significa tuffarsi nel paradosso: in Italia la sinistra rivendica più diritti e libertà per i lavoratori, ma ai lavoratori iraniani chiede di sacrificarsi “per il bene del proletariato mondiale” […], ma ai manifestanti di Tehran chiede la dichiarazione dei redditi per vedere se sono proletari o classe media (e se hanno l’IPhone o usano Twitter è già un indizio di colpa, come se l’Iran fosse il Burkina Faso). […] I fenomeni sociali e politici sono spesso contraddittori e affrontarli semplicemente capovolgendo il punto di vista del “grande Satana” è segno di subalternità. Il marxismo fonda la sua politica sulla necessità di un punto di vista autonomo e internazionalista dei lavoratori e delle classi subalterne, non sul rimpallo delle disgrazie tra i lavoratori di diversi paesi.

3. I fattori sociali nello scontro in Iran

Qui entra in campo il vero e proprio fondamento teoretico del complottismo di Eva Golinger e degli islamo-marxisti: in Iran i lavoratori e le classi subalterne starebbero con Ahmadi Nejad e la borghesia e le classi medie (prima o poi qualcuno ci spiegherà cosa sono) con Moussavi. Che le classi medie stiano con Moussavi non ci piove. La borghesia, come è nella sua natura, segue gli avvenimenti aspettando di capire come butta. A noi sembra peraltro che la borghesia iraniana non abbia troppo di che lamentarsi di Ahmadi Nejad. Dal 2005 al 2008 – secondo il Ministro delle Finanze e responsabile dell’IPO (Iranian Privatization Organization) Golamrezha Kord Zaghaneh – la Repubblica Islamica ha privatizzato un terzo degli assets statali, circa 330 aziende di Stato – banche, telecomunicazioni, trasporti, scuola, sanità, settore petrolifero, persino la pesca – per un valore di 330 miliardi di real, precisando che “l’ampiezza delle privatizzazioni in Iran è di gran lunga maggiore che in Europa e in particolare in Francia, cioè nel paese che ha aperto la strada all’ondata di privatizzazioni europee”. Per quanto riguarda invece il vasto sostegno popolare ad Ahmadi Nejad andrebbe dimostrato in modo un po’ più serio. Invece c’è chi addita come prova i dati elettorali forniti dal governo iraniano, il che equivale a dire che i lavoratori iraniani stanno con Ahmadi Nejad perché lo dice Ahmadi Nejad. C’è chi dice che i Basiji sono “figli del popolo”, parafrasando i famosi versi scritti da Pasolini nel ’68, dopo gli scontri di Valle Giulia (“Quando a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli dei poveri”). Noi, finché qualcuno non ci porta argomentazioni e dati più seri, persisteremo nelle nostre erronee convinzioni, consolandoci di essere in compagnia di tutte le organizzazioni della sinistra iraniana, compresi i marxisti-leninisti del Tudeh. D’altra parte vorremmo ricordare che anche Mussolini godette di un significativo sostegno popolare, tanto da arrivare al potere di fatto per via parlamentare (certo dopo aver fatto fuori un bel po’ di socialisti e comunisti). Che il fascismo in Italia si fece promotore di una legislazione sociale relativamente avanzata: il welfare e l’industria pubblica italiani nascono proprio in quel periodo. Che infine combatté gli imperialismi americano e inglese. Evidentemente ciò non bastò ai lavoratori. […]

In questi anni in Iran si è manifestata una forte crescita delle lotte sindacali, in particolare nel settore auto, negli zuccherifici, nei trasporti e nella scuola. Centinaia di sindacalisti si trovano in carcere e lo scorso Primo Maggio le manifestazioni del May Day sono state apertamente ostacolate dall’occhiuta polizia del regime. A meno di pensare che sindacalisti e scioperanti siamo provocatori al soldo dell’imperialismo yankee ciò sembra contraddire quanto dicono Eva Golinger e accoliti. D’altra parte quando si parla di sostegno popolare in un paese in cui vi sono 8 milioni di dipendenti pubblici che vengono portati in autobus in orario di lavoro ai comizi dei leader politici e religiosi e che per ritirare lo stipendio successivo devono giustificare la loro eventuale assenza, bisognerebbe avere l’accortezza di usare almeno le virgolette. Così come bisognerebbe evitare di rendere l’equazione onda verde=classi medie una legge della fisica. Guardare con attenzione ai fatti, soprattutto quando ci si trova di fronte a fenomeni complessi come una grande sollevazione politica, aiuta a capirne le dinamiche e le articolazioni interne. […] Sul numero di giugno del bollettino mensile di Controcorrente abbiamo tradotto e pubblicato un comunicato del sindacato interno della Vahed Bus Company, la compagnia che gestisce il trasporto pubblico locale nel comprensorio di Tehran. Quel sindacato, che durante la campagna elettorale non aveva sostenuto alcun candidato, argomentando che nessuno di loro rappresentava gli interessi dei lavoratori, dopo le elezioni annuncia il suo appoggio non a Moussavi, ma al movimento contro il regime e invita la Confederazione Internazionale dei Sindacati a mobilitarsi non solo per la liberazione dei sindacalisti iraniani in carcere e il diritto alla costituzione di sindacati indipendenti in Iran, ma anche il rispetto dei diritti negati agli iraniani scesi in piazza dopo le elezioni. Dopo l’inizio della violenta repressione da parte del regime (o delle “azioni aggressive da parte dei manifestanti” come scrive Eva Golinger) circola la notizia che un autista della Vahed Bus Company si sia gettato col suo mezzo su un drappello di miliziani Basiji, uccidendone alcuni. […] Non credo che i tramvieri di Tehran abbiano modificato il proprio giudizio “di classe” su Moussavi. Semplicemente hanno ritenuto che nuove circostanze oggettive abbiano modificato il ruolo dell’ “onda verde” a prescindere dalle intenzioni del suo leader. E probabilmente hanno deciso di “usare” Moussavi come una copertura meno rischiosa per esprimere le proprie aspirazioni. Proprio come nei forum su internet i manifestanti si consigliano reciprocamente di andare in piazza col Corano per avere una “copertura” dalla giurisprudenza islamica ed evitare di essere assassinati dalle forze di sicurezza.

4. Flessibili a Roma, inflessibili a Tehran…

L’idea di una rivoluzione in provetta, in cui tutti gli attori sociali procedono linearmente senza commistioni e intrecci, e le scelte politiche e gli eventi della storia si conformano alle lezioni di un presunto bignami marxista della rivoluzione è astorica e anche un po’ ingenua. Nel 1905 i bolscevichi stavano dentro i sindacati gialli organizzati da Zubatov, un funzionario della polizia zarista, protagonisti della rivolta diretta dal Pope Gapon, un personaggio personalmente e ideologicamente ambiguo. Nel 1917 rovesciarono il regime autocratico dello zar appoggiandosi alla borghesia e successivamente il governo borghese alleandosi ai contadini. […] Certo per i marxisti è fondamentale unire le proprie alle altrui forze senza perdere la propria autonomia politica e questo è un problema che si pone anche alle forze marxiste iraniane. Ma il punto è come a questo problema si cerca una soluzione a partire dalle condizioni concrete dell’Iran di oggi; un tema che va affrontato senza schematismi. Sennò il risultato è la politica dei cento fiori. Eva Golinger dice che la sinistra deve stare coi Pasdaran. Il Partito Comunista dei Lavoratori (**), dopo una disamina degli errori commessi dalla sinistra iraniana al completo, intima ex cathedra ai lavoratori iraniani di rompere con la borghesia e poi si ritira nel proprio studiolo (senza neanche inviare un drappello di compagni a Tehran per dare al proletariato persiano un esempio di risoluto e intransigente spirito di indipendenza di classe). L’inossidabile Fulvio Grimaldi (***), dice che la sinistra non deve stare da nessuna parte. Da un’altra parte i “democratici” franceschiniani si imbavagliano coi fazzoletti verdi pur di non dover dire nulla di compromettente.

Per concludere le posizioni di Eva Golinger e dei suoi sostenitori, più o meno “leninisti”, – lo diceva bene Marco D’Eramo qualche giorno fa sul Manifesto – sembrano essere il frutto di quella legge per cui il nemico del mio nemico è mio amico. Ma la proprietà transitiva, che si applica perfettamente agli oggetti dell’algebra e della geometria, non può essere trasposta meccanicamente sul terreno della politica. La politica non è una scienza pura, che manipola enti ideali e astratti come sono i punti e le linee. E’ una scienza empirica, che tratta fenomeni sociali complessi fatti da cose e soprattutto da persone che a volte finiscono per bagnare col proprio sangue il selciato della strade. Come a Tehran. […]
In Iran noi non vediamo uno Stato che si difende da forze oscure e impenetrabili. Vediamo una crudeltà cieca ed efferata che colpisce milioni di persone e non c’è nessuna idea di progresso, di giustizia sociale, di presunta lotta contro l’imperialismo che possa combinarsi con tale efferatezza né giustificarla.
27 giugno 2009
Alì Ghaderi
Responsabile Esteri Fedayn del Popolo Iraniano

Marco Veruggio
Direzione nazionale PRC/Portavoce nazionale Controcorrente Sinistra PRC

(*) questo pare condivisibile per quanto riguarda i leader politici, ma forse ai militanti politici più “ideologizzati” sembra sfuggire che Mousavi e le scelte che ha adottato in campagna elettorale avevano creato reali aspettative in una gran quantità di sostenitori. In realtà è stata l’intera fase pre-elettorale con il suo carico di illusioni di libertà e di cambiamento nel senso più generale possibile ad aver incentivato una sensazione di speranza tra diversi strati della popolazione, catalizzando il mancontento diffuso e scalfendo – almeno un po’ – il pessimismo degli attivisti navigati, dei pluri-arrestati, di quelli che avevano smesso di andare a votare dopoil fallimento dell’era Khatami o che alle urne non ci si avvicinavano referendum del ’79. E proprio il carico delle aspettative deluse, brutalmente disattese dalla vittoria del presidente uscente con un margine troppo grande per essere emotivamente sostenibile, si è trasformato nell’onda della protesta di massa che si è riversata nelle strade.

(**) vedi il post “Parola d’ordine: sovraimporre”

(***) qui, mi pare, ci siano due scuole di pensiero: la prima, più diffusa trai cosiddetti “antimperialisti”, sostiene che la Repubblica Islamica è autentico bastione di anti-imperialismo, attaccato sul nascere da Saddam Hessein ai tempi al soldo della CIA; la seconda dice che Mousavi ha aiutato la CIA a fare fuori il nazionalista panarabo, laico e progressista Saddam Hussein utilizzando armi israeliane (affare Iran-Contras) e che quindi è il più venduto di tutti in un sistema di venduti. Quest’ultima tesi è quella sposata dal Grimaldi.  Entrambe le visioni ad ogni modo si distinguono per l’estrema chiarezza e semplicità, a studiarle bene ci si troerebbero tutte le funzioni identificate da Propp... Una versione più creativa, qui (la appoggio perché è la più simpatica, seguendo la sarrachianisofia, ma anche perché adoro chi sa rimescolare le carte quando si sono già formati due solidi blocchi contrapposti)

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Un’altra volta: Free Kaveh!

10 luglio 2009 at 17:16 (notizie in pillole) (, , , , , , , )

Kaveh Mozafari, giornalista iraniano dissidente, attivista per i diritti dei lavoratori e della “One Million Signature Campaign” per l’abolizione delle leggi discriminatorie nei confronti delle donne, è stato arrestato ieri da uomini in borghese mentre tornava a casa con la suocera gravemente inferma, la sig. ra Bayat. I due stavano rincasando dopo aver tentato di raggiungere l’ospedale Mostafa Khomeini dove la signora Bayat avrebbe dovuto ricere cure mediche, poiché tutte le strade erano chiuse a causa delle manifestazioni del 9 Luglio. Bayat ha chiesto ripetutamente agli ufficiali di rilasciare Kaveh, ma non le è stata prestata attenzione. Gli uomini si sono limitati a dire “questa persona è Kaveh Mozaffari ed è stata identificata” e poi hanno fatto salire Kaveh su un vagone per il trasporto dei contestari fermati. Mentre lo portavano via hanno minacciato Bayat di arrestare anche lei.

Arrestato durante le proteste di piazza del primo maggio a Tehran, Kaveh Mozafari era stato rilasciato su cauzione appena due settimane fa, il 25 giugno, in seguito al pagamento di 50 milioni di toman (50,000 €).

[ da Change for Equality, Feministi School e Reporter Sans Frontieres Italia]

Facinoroso impenitente. Kaveh ha partecipato ad una campagna di sensibilizzazione contro la diffusione delHiv (2005). Il problema è grave inIran che anche le autorità hanno dovuto prenderne atto. Probabilmente si tratta ormai di una vera emergenza sanitaria nazionale... (Foto: Arash Ashoorinia Khosoof.com)

Facinoroso impenitente. Kaveh nel 2005 ha partecipato ad una campagna di sensibilizzazione e informazione contro la diffusione del'Hiv. Il problema è ormai talmente grave in Iran che anche le autorità hanno dovuto prenderne atto. Probabilmente si tratta ormai di una vera emergenza sanitaria nazionale... (Foto: Arash Ashoorinia - Khosoof.com)

AGGIORNAMENTO 4/08: per chi gliene fregasse qualcosa, ieri la famiglia di Kaveh ha potuto incontrarlo in carcere (fonte: un amico comune)

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Ogni giorno è il 9 Luglio

9 luglio 2009 at 16:17 (contributi in prestito, notizie in pillole) (, , , , , , , )

«Quanto è stata grande la resistenza il “9 Luglio“! Tutti quanti sono venuti. Giovani e anziani e gente di mezza età. E non in una sola strada, questa volta hanno imparato dalle tre settimane passate e hanno tenuto proteste di massa in 7-8 aree principali. Non mai c’è silenzio. Tutti quanti stanno gridando. Alcuni gridano “Allah è grande” ma subito dopo viene “Morte al dittatore” e “Governo golpista, dimissioni, dimissioni!” (*)

Cronaca della giornata di oggi (9 Luglio), per ora in inglese, rubata al Blog Revolutionary Road di Saeed Valadbaygi:

  • Enghelab sq. getting busy. Forces are present. People protest in front of Chinese embassy as well!
  • Army Unit (IRG) Positioned infront of Interior Ministry
  • Heavy Security Forces at Enghelab Sq.
  • Guards moving toward Jmalzadeh Cr. and Police replaced at Enghlab Sq
  • Army Helicopters Flying Over Enghelab Sq, Park Laleh and Azadi St
  • A group of people are protesting in front of Chinese embassy
  • People Gathering at Vanak Sq
  • Enghelab Sq is not completely closed but Police standing everywheree try to find key protesters among crowd
  • Guards moving toward Jmalzadeh Cr. and Police replaced at Enghlab Sq
  • There is no traffic! No security forces around Mohseni and Mirdamad
  • ALARMING declaration by General Hossein Hamedani of the Basij Forces
  • People & Basijis Clashes in SA’adatabad Enghelab and Tehran Universty a lot of demo
  • No Mobile Network at Centrlal Tehran.
  • Shiraz:clashes between people and basidj in darvaze qoran
  • On St. 12 Farvardin, Tehran 300 ppl sitting on the ground
  • I just called someone in Enghelab Sq. They are protesting safely! no clashes till now
  • Riot Guards moving to Enghelab sq – Police force being ordered back to bases.
  • Regular Security Forces ordered to leave Enghelab Sq. Guards units taking over
  • ppl moving in a stream to wards Enghelab from 100 bed hospital/Khomeini Hos
  • Thousends of people gathered in front of Polytechnic Uni and moving toward Valieasr St..
  • SARI:arge crowd armed with flowers and cameras in center of Sari
  • Basij & plainclothed at & around Dr. Beheshti Sq.
  • At 5 pm , thousends of people will march toward Valieasr St in support of political priosoners and will chant ” Political prisoners should be free”
  • basij throwing protesters from pedestrian bridges in Shiraz
  • At Enghelab Sq ,people walking on pedestrian ways,Police forces are there as well ,plainclothes are beween people.
  • Enghelab square is packed with people, Basijis are beating people, people are coming from surronding streets
  • Police shooting tear gas to people. people shouting dead to dictator
  • Clashes between police and people in Ebghelab Square
  • Clashes reported in Saatad Abad. Hundreds of protesters sitting on the ground in 12-e-Farvardin
  • Clashes between ppl who were moving towards Valieasr Sq and police forces
  • Clashes near Tehran university, police beating up protestors, tear gas fired
  • Enghelab square being packed with people coming from side streets, Basijis fighting them with batons & tear gas
  • Thousands of people are marching toward Valiasr square from Politechnic, one person is arrested in Enghelab square
  • ppl R moving toward Tehran Univ. & chant Don’t be afraid, we all are together
  • Security forces started using tear in Karegar st. Tehran gas
  • Police arrested a girl , they treated her very bad …they pulled her on the ground on the way to the van .Several people were arrested
  • Teargas fired at Enghelab Sq. clashes in Enghelab and Azadi Sq.
  • 2-3000 people now in Revolution (Enghelab) Square in Tehran
  • people and basijj clash at Enghelab square – people outnumber basijj by 10 to 1
  • Clashes infront of Tehran Universi and VankSq
  • People are joining the demonstration from Imam Hossein Sq. towards Enghelab Sq
  • Police arresting seemingly at random, throwing tear gas into buses.
  • Hundreds of Protesters chanting against the regime infron of Ploytechnic University, Near Azadi Sq.
  • Police used Teargas against people trying to push them back at Vanak Sq
  • Protests reported in Tabriz, Isfahan & Shiraz as well.
  • Heavy Clashes at Karegar Shomali St, (Near Enghlab Sq.) Tear gas, Fire and blockage…
  • Mashhad:In Imam reza Shrine ppl gatherd and number of them are icreasing minute by minute…
  • Isfahan streets are full of plaincloths and ppl are standing in streets from Khaju Brdg to Siosepol!
  • Next 2 Tehran University PPL are chanting death to the dictator and asking the Police Force to join them
  • Gathered ppl at Ferdowsi Sq r increasing ,thers’s a big crowd!
  • More than 30 ppl were arrested againt Tehran Uni..
  • Gunshots and tear gas fired at Engelab Sq
  • Esafahan Basijis attacking PPL with teargas
  • PPL got attacked and eye witness reported bloody PPL and teargas.
  • A big group of ppl are marching in Vesal St
  • Since 6pm some new groups of ppl have came to streets …
  • Helicopters moving in around the University
  • From Tehran Uni to beginning of Enghelab st at least 4000 ppl clapping full Bassij presence some scattred
  • Police Shooting Teargas at Poeple infront of Tehran University
  • Heavy Clashes in mohammad ali jenah St.
  • People are being arrested brutally in Enghelab, and tear gass is used in Vanak
  • People are boo-ing the bassij and sec force as they try to disperse them & shout.. “shah Soltan Velayat ur time is up’
  • uni slogans:”I will kill the one who killed my brother”..”down with dictator” SHAH SOLTAN VELAYAT ur times up
  • A lot of riot police have came in, and we saw them attacking people, in cooperation with basij.
  • Tehran:Gunshots heard at Keshavarz Blvd.
  • Tehran time:19:37
  • GunShots heard from Kargar Shomali St
  • ppl in Tabriz move toward Abresan intersection
  • Many of Tehran Marketers are closed in July 9th occasion
  • Clashes in front of Evin Prison!
  • Cars in the streets…fires everywhere in Azadi street…Basij breaking car windows
  • An hour ago Mirdamad Metro station sat on fire
  • Fire in Mirdamad getting out of control
  • Ppl attacked Basij in SaadatAbad & Sattarkhan
  • Several people arrested in Vlaiasr junction
  • Tehran time:20:30
  • Internet in Iran have many problem and speeds are low
  • After 8PM in Iran, still many ppl in street & ppl already chanting from rooftops. Many clashes today
  • Tehran is in fire people are so many more and bsij in some places running from protesters
  • People attacked Basij in SaadatAbad and Sattarkhan

Per seguire Saeed su Twitter cercate BISTOO,  è anche trai link nella colonna a destra

(*) da questo mese ilsuo blog è disponibile anche in italiano: qui

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Dalla “Gentilezza” alla “Comprensione” (di Ayda Kiani)

9 luglio 2009 at 14:19 (contributi in prestito, Traduzioni) (, , , , , , , , , , , )

  • «Quanto è buona cosa che, avendo appena imparato gli slogan del vivere civile, li urliamo nei media nazionali facendo ridere milioni di persone in tutto il mondo.»

Davvero il più grande circo nel mondo dà spettacolo ogni giorno in Iran e registrandolo e mandandolo in onda, intorpidisce e paralizza il cervello degli spettatori e qualche volta causa risate isteriche dovute alll’impossibilità. L’impossibilità di avere a che fare con dei bugiardi che nell’ultimo secolo hanno derubato la gente utilizzando nomi diversi e, senza nessuna attenzione per le necessità di base del popolo e considerando solo loro propri benefici, hanno inventato ogni giorno un nuovo scherzo ed una nuova bugia.

Il discorso di Ahmadinejad sulla “Democrazia”, le “Libere Elezioni” , la “Possibilità di criticare il Governo”, il “Non trasformare l’odierno clima sociale, culturale ed educativo dell’Iran, in un’atmosfera da stato di polizia(paramilitare)” e molte molte altre menzogne, ancora una volta, per la decima volta, hanno fatto sbellicare dalle risate chiunque in ogni parte del mondo.
Benché già quattro anni fa nessuno si fidasse di lui,  questa volta le sue menzogne colpiscono tutti con maggiore forza perché durante tutto questo tempo ha fatto in modo di apprarire nudo di fronte a chiunque e ripetendo quelle menzogne ancora una volta tenta di dire alla gente che sono tutti alquando stupidi.

E quanto è bello chiamare ogni governo con una parola graziosa e iniziare a governare il paese metendo quel nome al nostro governo senza nemmeno sapere il significato di quella parola ma comunque credendoci.
EGLI chiama il suo nuovo governo “compresione e accompagnamento”, che nome pregno di significato!
E negli ultimi giorni del nono governo (quello appena eletto è il decimo – ndt) possiamo osservare una mistura di “comprensione e accompagnamento” e del nome del nono governo, “Gentilezza”, nel modo in cui le forze di sicurezza trattano le persone nella prigione di Evin e davanti alla corte Rivoluzionaria, in una atmosfera non poliziesca, nella città di Tehran.

A tal punto sono gentili con le persone e le trattano con sì tanta comprensione, che non si reggono più in piedi!
Solo pochi giorni fa sono stati davvero troppo gentili con Masoud Bastani che da 20 giorni non aveva nessuna notizia di sua moglie incinta, Mahsa Amr Abadi, e lo hanno trattalo con così tanta comprensione alla maniera del governo islamico di  Ahmadinejad che lo hanno arrestato tanto per dimostrare che hanno bisogno di  confidare maggiormente nei giovani!!

Davvero il significato di tutte le parole è cambiato nel dizionario della Repubblica Islamica e l’ “uguaglianza” dei cittadini davanti alla legge islamica (anti-legge) è un altro concetto che Ahmadinejad, continuando ad enfatizzarlo sostenendo di “Essere contro pietrificazione (della società)” utilizza come una barzelletta per far ridere ancora la gente.

Domani è il 9 Luglio ed è il decimo anniversario dell’assalto al dormitorio dell’Università di Tehran nel 1999 e le persone senza curarsi del cambiamento nel significato delle parole, della disconnessione del servizio SMS, dello smog, dei passati quattro anni di “gentilezza” e dei prossimi quattro annidi “comprensione”  si “accompagneranno” le une alle altre e scenderanno in strada perché devono molto al movimento degli studenti dell’Università di Tehran del 1999 e questo nuovo movimento popolare è un certo enso una  continuazione dell’altro. Tutti loro terrano per sempre viva la memoria dei reclusi, dei torurati e delle persone uccise.
Con la speranza di un giorno che non sia  il 9 Luglio; un giorno in cui le persone non saranno imprigionate e torturate come Ahmad Batebi; un giorno in cui nessuno potrà essere ucciso nel modo in cui è stato ucciso Akbar Mohammadi ed un giorno in cui LIBERTÀ voglia dire LIBERTÀ.

Fino a quando ci sarà un dittatore, ogni giorno sarà il 9 Luglio e tutti sono in prigione. Domani mano nella mano continueremo a percorrere la strada che abbiamo intrapreso e restituiremo il loro significato alle parole.

[ Testo originale tratto da “Revolutionary Road”, qui ;

un’intervista interessante rilasciata nell’ottobre 2008 da Ahamd Batebi qui]

Ahmad Batebi mostra la maglietta di un altro studente picchiato da miliziani in borghese, durante una manifestazione universitaria nel Luglio 1999. Questa foto è famosa per essere stata la copertina di un numero dellEconomist.

Ahmad Batebi mostra la maglietta di un altro studente picchiato da miliziani in borghese, durante una manifestazione universitaria nel Luglio 1999. Questa foto è diventata famosa per essere stata la copertina di un numero dell'Economist.

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