Alle mie sorelle (via IPSIM)

8 marzo 2010 at 01:12 (poesia) (, )


Sorgete dietro la vostra libertà,

Sorelle mie, perché restate zitte?
Sorgete che dovete bere d’ora in poi
Il sangue degli uomini tiranni.
Reclamate i vostri diritti, o mie sorelle,
Da coloro che vi chiamano deboli,
Da coloro che con cento inganni e artifici
Vi relegano in un angolo della casa.

Fin quando sarete oggetto della voluttà e del piacere
Nell’harem della lascivia dell’uomo?
Fin quando prostrerete la vostra orgogliosa testa
Ai suoi piedi come umili schiave?

Questo lamento di rabbia deve diventare
Senza dubbio urlo e grido.
Dovete spezzare queste pesanti catene
Affinché la vita si liberi a voi.
Sorgete ed estirpate la radice dell’oppressione,
Date quiete al cuore pieno di sangue,
Battetevi per garantire
La legge per la vostra libertà.




Forugh Farrokhzad
(Tehran 1935 – Tehran 1967)
traduzione dal persiano di Assunta Daniela Zini
[da “IPSIM: In Piazza – Studenti Iraniani a Milano]

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Castigo – una poesia di Ahmad Shamlou

5 agosto 2009 at 23:13 (contributi in prestito, poesia) (, , , , , )

Castigo

Qui c’è un labirinto di prigioni
in ogni prigione miriadi di sotterranei
in ogni sotterraneo innumerevoli celle
in ogni cella schiere d’uomini in catene.

Uno di questi uomini
convinto dell’infedeltà della moglie
affondò profonda la daga

Un altro di questi uomini
in cerca disperata di pane per i figli,
fece una carneficina
nella calura infocata del mezzogiorno estivo.

Alcuni di questi uomini
un giorno quieto di pioggia
assalirono l’usuraio.

Altri, nel silenzio del vicolo,
si mossero furtivi sui tetti.
Altri ancora
razziarono denti d’oro da tombe fresche
a mezzanotte.

Ma io, io nessuno ho assassinato
In una notte scura e tempestosa.
Ma io, io mai ho assalito l’usuraio.
Ma io, io non mi sono mosso furtivo sui tetti.

Qui c’è un labirinto di prigioni
in ogni prigione miriadi di sotterranei
in ogni sotterraneo innumerevoli celle
in ogni cella schiere d’uomini in catene.

Ma io, assorto in fantasticherie,
non porgo mai loro orecchio. No,
cerco invece di ascoltare fuori l’eco flebile
della canzone infinita: l’erba del deserto
che spunta, avvizzisce, si secca,
si disperde nei venti.

E io, non fossi un uomo in catene,
un giorno all’alba,
come un ricordo vago quasi sepolto,
lascerei questo luogo freddo, spregevole.

E questo,
questo è il mio delitto.

Ahmad Shamloo, Iran, 1959

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