Quando non c’è una testa a cui sparare

31 luglio 2009 at 21:06 (pensieri personali, sproloqui) (, , , , , , , , , , , , , , , , , , )

Evin e i buchi neri

Il finale di “1984” è inquietante, fastidioso, fa orrore e sgomento, quasi priva chi legge della certezza delle piccole cose. È l’idea della tortura che tenta e alla fine riesce a disintegrare le persone dall’interno che agghiaccia; è il pensiero che il controllo possa essere totale, e che la fiducia reciproca sia impossibile, che fa venire i brividi. E infine è l’immagine di un confine tra vita e morte assurdamente sfumato, al punto che sembra non avere senso sforzarsi di capire se Winston sia morto sotto i ferri dei suoi carnefici o meno, a lasciare una sottile pervasiva sensazione straniante, una sensazione di totale impotenza.

Ma la società di Pista Prima non esiste, è morta, è capitolata in un passato remoto ed indefinito. Al più si incontrano sporadiche resistenze individuali senza speranza. Non c’è intorno ai prigionieri una rete di contatti umani, di persone che soffrono, si angosciano, piangono e si oppongono. Non c’è una vita quotidiana che si infrange, non c’è un prima e non c’è un dopo, tutto è una parentesi nel nulla. A Pista Prima, si direbbe, è semplicemente troppo tardi.
Almeno così mi pare, ma dovrei rileggere il libro, è passato troppo tempo.

Il Presidente Khatami visita unesposizione iperealista... (2004)

Il Presidente Khatami visita un'esposizione iperealista - 2004

Evin è peggio. Evin non è fatta per il mantenimento di uno status quo consolidato e apparentemente immodificabile. È il coperchio sulla pentola che bolle. Non è amministrazione dell’esistente, è il puntellamento continuo del potere. È la belva che lotta per la sua sopravvivenza, che si nutre e si alimenta della sua stessa violenza senza la quale non avrebbe più ragione di esistere.  È il sistema per spezzare le gambe che ostinatamente si sostiene siano state amputate tempo addietro. È il sistema cannibale che si nutre di gambe, che per due che ne sbrana deve trovarne quattro nuove. Evin è peggio perché aggredisce un’umanità ancora capace di sanguinare, non è un banale avvoltoio in cerca di carcasse che camminano. Evin è molti luoghi. È il braccio 209 e quello 325. Evin è a Tehran ma non solo. È l’unico nome disponibile, noto, conosciuto e memorizzabile per una serie di posti orrendi e senza nome, o con una miriade di nomignoli. Evin sono le prigioni occulte, i pozzi, le stanze cieche, le segrete delle caserme e del Ministero dell’Intelligence trasformate in cripte di prigionia e tortura il cui solo pensiero farebbe rabbrividire il più smaliziato dei guerriglieri, ma in cui può finire pressoché chiunque. Anche al più ingenuo degli adolescenti può capitare di scoprire questi luoghi misteriosi, entrarvi suo malgrado e ricevere l’onore di essere trattato alla stregua di un temibile condottiero nemico.

Evin è la residenza di quelli che non esistono e che non sono mai esistiti nonostante le famiglie li stiano ancora cercando. È la scienza delle cose apparentemente casuali. Si può stare dentro dieci giorni senza che succeda niente di tragico, ci si passare anche metà della propria esistenza uscendo in discrete condizioni di salute. Si può entrare e morire la notte stessa sotto i pestaggi e le torture, diventando un cadavere che salterà fuori per caso, forse, un mese dopo, chissà dove, magari carbonizzato ed irriconoscibile. Senza neppure i denti per prendere un calco.

Akbar Ganji dopo il rilascio, 19 Marzo 2006. Foto: Arash Ashorinia -Kosoof.com

Akbar Ganji dopo il rilascio. 19 Marzo 2006. Foto: Arash Ashorinia - Kosoof.com

Ad Evin è possibile trascorre periodi medi o lunghi, mesi o anni, o anche decenni, venirne fuori vivi ma debilitati nella mente e nel fisico, irreparabilmente segnati dalla malnutrizione, dalle botte, dalla scarsità di tutto. Dalla pressione psicologica, dalle umiliazioni, dalla fatica di vedere altri soffrire e sentirsi impotenti e magari confusi, perché qualche aguzzino si inventa che se testoni contro tuo fratello smetteranno di seviziarlo. Tortura bianca, isolamento, deprivazione sensoriale, impossibilità di riposare, alterazione del ritmo biologico, ma anche tortura bruta, medievale. Ad Evin si frustano forte le piante dei piedi, si stritolano membra, si strappano unghie e si cacciano teste in secchi pieni di escrementi aspettando quanto basta perché trattenere il respiro diventi impossibile. Si ammassa la gente in piccole stanze buie e le si lascia letteralmente marcire negando loro l’uso dei servizi igenici per giorni, elargendo cibo e bastonate di tanto in tanto. Oppure si chiudono persone in loculi così piccoli e bassi che sembrano bare, si può solo stare sdraiati ed aspettare.
Le tecniche sono antiche, l’esperienza trasmessa inalterata risale ai tempi dello Shah e della SAVAK. Oggi VEVAK,  due sole lettere di differenza tra le due sigle per dire, in una maniera coincisa ed efficacissima, che nulla è cambiato. Ad Evin si violenta con tanta brutalità da uccidere. Donne ma anche uomini, gente che a volte è difficile definire adulta. Da Evin si esce ma ci si rientra anche. Si esce con un permesso più o meno lungo, per motivi piuttosto vari, ci si presenta a casa in condizioni poco graziose. E mi viene in mente cosa deve essere per una madre vedersi comparire sulla soglia l’ombra tumefatta di un figlio e doverlo poi riaccompagnare alle porte della gabbia, dopo aver visto il risultato dell’ospitalità del carcere cittadino, avendo un’idea fin troppo ben definita di quello che succede dietro le alte mura di quella che ha tutti gli effetti è una città nella città.
Oppure si esce pagando a caro prezzo la propria libertà, la propria cauzione, per essere nuovamente arrestati pochi giorni dopo, e magari sparire, dopo che parenti e amici hanno dato fondo a tutte le riserve e sono rimasti senza mezzi per aiutarti. Da Evin si esce non di rado per morire oche ore dopo il rilascio. Dentro le mura di  Evin si perdono le tracce di frotte di studenti anonimi. Dentro le mura di Evin vengono incarcerate le ridotte al silenzio le voci degli intellettuali, dei clerici dissidenti, dei veterani della guerra che hanno detto una parola di troppo, dei basiji che hanno perso la fede nel sistema. Dentro le mura di Evin gli attivisti di sinistra vengono inghiottiti e digeriti in fretta.

Dentro le mura di Evin alcuni vengono fucilati e non se ne sa più niente, sepolti in fosse comuni.

Un militante giustiziato nellestate del 1988

Un militante giustiziato nell'estate del 1988

Finché la forca è sola…

Ma per essere fucilati in Iran pare si debba averla combinata grossa, il fucile è per l’opposizione organizzata, magari armata, è per chi milita in organizzazione politiche, perché sposa un’ideologia avversa a quella vigente. È per gli atei comunisti, o per gli ipocriti Mujahdin. La fucilazione è riservata a chi rappresenta una minaccia reale, diretta, totale, non solo teorica o ideale. E non si svolge in pubblico, non è cosa di cui vantarsi come una lapidazione. Ricorrere alla fucilazione vuol dire ammettere che esiste qualcuno in grado di scalfirti, palesare la propria definitiva vulnerabilità. È quasi una questione tra pari. Chi viene fucilato deve in qualche modo essersi posto sullo stesso piano del regime. Farsi fucilare vuol dire essersi fatti scoprire, essere stati identificati come nemico competitore, ma anche aver perso l’appoggio delle masse, essere in una condizione di emarginazione tale per cui uno sterminio non riesce a far sollevare l’onda dell’indignazione collettiva. Quando i fucili tuonano il sistema ha già vinto. Ha circoscritto il pericolo, definito un’élite di militanti da cancellare. Era il 1988 secondo il nostro calendario quando i fucili della Repubblica Islamica dell’Iran sparano più di 20000 colpi. Quest’anno è il 1388 secondo il calendario iraniano e possiamo ancora augurarci di che all’interno delle mura di Evin non si spari. Che tutti  morti che verranno saranno morti impiccati, pestati o torturati e lasciati agonizzare. Ma non fucilati. Che poi è il sistema di eliminazione più rapido. L’unico che ti permettere di far sparire decine di migliaia di individui, l’unico praticabile se si vuole letteralmente cancellare un segmento di società.

Se questo sollevazione è davvero di massa, se davvero il movimento si muove su una rete che non ha nodi centrali, in cui tutti sono necessari ma nessuno è indispensabile, se veramente non c’è nessuno che ne tira i fili, i fucili resteranno in silenzio.

. 2004: Gathering at Khavaran cemetery in Tehran in memory of the 1988 massacre of Iranian political prisoners. Hundreds, perhaps thousands, were secretly executed in the capital and in prisons throughout the country on the orders of Ayatrollah Khomeini [See Abrahamians account]. Photos from Etehad Fedaian Khalgh.

2004: Gathering at Khavaran cemetery in Tehran in memory of the 1988 massacre of Iranian political prisoners. Photos from Etehad Fedaian Khalgh

Our Neda is alive, it’s the regime that is dead! (*)

Cut off one head of the Green Movement and it will grow 1,000 in its place (**)

Freedom, equality, human identity! (***)

Questo post è un delirio personale, frutto di riflessioni lunghe ma non molto ponderate, che attingono alle seguenti fonti:

  • Le porte chiuse di Teheran – di Zarah Ghahramani, con la collaborazione di Robert Hillman. Autobiografia di una studentessa arresta quasi per caso;
  • Ashraf Delgani, “Torture and resistance in Iran , Memories of the woman guerrilla A. Delgani, member of the O.I.P.F.G.”, (ovvero le memorie di una leader dei Fedayn torturata in prigione ai tempi dello Shah così come sono citate da Hamideh Sedghi in “Women and politics in Iran – Veiling, unveiling, reveiling“;
  • George Orwell – “1984“;
  • Articoli e testimonianze varie sulle esecuzioni di massa dell’estate 1988 (ad esempio Wikipedia, pagina ricca di link a fonti primari, il sito web Iran Rigths, il portale Mid East Youth, e questa pagina web creata in occasione del memoriale del massacro);
  • Sempre sul massacro del 1988, un contributo dello storico Abrahamian: qui;
  • Referto del medico legale sul corpo di Zahra Kazemi (qui);
  • Caso personale di Akbar Ganji, oggi cittadino onorario di Firenze, dalla corrispondente pagina di Wikipedia e dalle foto di Arash Ashoorina (in ordine cronologico, qui, qui e qui);
  • Informazioni varie sul caso Ahmed Batebi (bastino la relativa pagina di Wikipedia – qui– e i link che vi si trovano, ma anche la traduzione di un’altra sua testimonianza);
  • Informazioni varie sul caso Akbar Mohammadi (idem, qui);
  • Informazioni sul caso più recente (2008) di Ebrahim Latif Allahi;
  • Il caso di Farzad Kamargad, insegnante curdo appartenente al Sindacato dei Docenti.
  • Fatti recenti e meno recenti vari. Tra le tante fonti:
  • Amnesty International,
  • alcune pagine del The Guardian, qui,
  • il blog Iranian Leftists qui,
  • RSF – Reporters Sans Frontiers, ad esempio questo video o quest’articolo più recente,
  • le testimonianze raccolte da Revolutionary Road, Iran All Day, SB News e Roozonline.com, in particolare relativamente alle morti di Amir Javadifar (1985-2009), Alireza Davoodi e Ramin Ghahremani (1979-2009), figlio del consigliere del candidato conservatore Rezai, tutte avvenute a causa delle torture subite in carcere, ma le ultime due solo alcuni giorni dopo il rilascio.
  • Aggiungo infine due articoli di questi giorni: “Iran, tante prigioni come Guantanamo” e “Teheran, tra rilasci e tortura”


(*) Slogan diffuso in rete e nelle strade

(**) da twitter

(***) slogan in via di diffusione, adottato promosso dal blogger Saeed Valadbaygi

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Elezioni Presidenziali in Iran? Non votare!!!

5 giugno 2009 at 09:04 (pensieri personali, sproloqui) (, , , , )

ovvero Anarchists in the I.R.I (Islamic Republic of Iran):
della Campagna Astensionista degli anarchici iraniani,
federati nell’ Interplanetaria dell’Impossibile,
in assemblea permanente contro i Fascisti su Marte…

“Non votare è l’unico modo per non partecipare alla farsa elettorale, solo così è possibile non riconoscere né giustificare il potere che ci comanda, estraneo e nemico.
Ogni individuo che prende parte alle elezioni presidenziali, parlamentari o amministrative scegliendo tra candidati approvati dal vigente Regime Teo-geriatrico, si sottomette a quello stesso potere.

Votare significa accettare le regole di un gioco al quale possono vincere solo i padroni, i burocrati e i mullah. Da anni, infatti, governi conservatori e riformisti hanno portato avanti gli stessi progetti di devastazione sociale e culturale in nome del compromesso tra le logiche del profitto e l’illogicità dispotica del fanatismo religioso, un combo micidiale.
Il progressivo aumento della disoccupazione e dell’inflazione, il conseguente impoverimento dei lavoratori salariati (che vivono una condizione intrinseca di sfruttamento);
la contrattazione meschina con le potenze straniere per ottenere miseri aiuti e benefici necessari a tenere in piedi il Regime Teo-geriatrico (rinominata
da alcuni “dialogo tra civiltà” da altri “sacrosanto diritto alla tecnologia nucleare”);
il potere autocratico di questo clero reazionario che si permette di applicare o non applicare, variare, reinterpretare o eludere a proprio piacimento leggi da esso stesso scritte e fatte approvare, fondate sul diritto alla vendetta, sul sessismo e l’omofobia, nonché sul principio aberrante secondo il quale il più vecchio ha sempre ragione
;
l’incitamento alla guerra tra poveri in nome di dio, della patria, e del Mahdi (l’imam nascosto che se s’è nascosto avrà avuto i suoi motivi, forse sarebbe bene lasciarlo anche un po’ in pace);
lo sfruttamento dei rifugiati afgani, che da una parte vengono
usati come forza-lavoro a basso costo, dall’altra vengono reclusi in villaggi-lager privi dei più elementari servizi come scuole ed ospedali,
non sono che alcuni aspetti delle politiche che si legittimano col voto.

Esercitare le libertà di plastica del diritto clerico-borghese, scegliendo chi sarà il prossimo servo dei padroni, ed nel loro nome comunque ci opprimerà, ci sfrutterà, ci ingannerà, ci illuderà, non ha senso alcuno.
Noi non ci sentiamo traditi da chi non ci ha mai rappresentato, o da chi ci ha promesso riforme e libertà e invece ha privatizzato selvaggiamente e demolito servizi pubblici per compiacere l’FMO, aggravando pesantemente le nostre condizioni di vita.
Noi non votiamo perché pensiamo che il Majlis, l’assemblea consultiva della Repubblica Islamica, non serva a trasformare la società iraniana, ma sia, al contrario, uno strumento per blandirla, soggiogarla e imbrigliarla attraverso una regolamentazione sempre più rigida e pervasiva.
Noi non chiediamo riforme costituzionali perché
le funzionalizzazioni dell’apparato statuale e degli istituti giuridico-legali sono un affare per i mullah, i latifondisti e i bazari (la borghesia mercantile), e per i loro ipocriti partner europei.
Noi non aderiamo alla “One million signaturs campaign” per chiedere l’abolizione delle leggi discriminatorie contro le donne poiché rifiutiamo ogni logica emendativa  e di compromesso con il potere clerico-geriatrico-borghese
;
Noi non elemosiniamo meno forche per i bambini, meno sassi per le adultere o frustate più leggere per chi offende la pubblica morale, perché la vostra morale ci fa inorridire, e perché crediamo che con quella schifezza di codice penale che avete scritto ci si potrebbe fare della carta igienica (comunque di pessima qualità), ma soprattutto non domandiamo pene meno cruente perché siamo contro ogni galera, contro ogni punzione.
I servi restano servi anche se scelgono i padroni!


–   Libere individualità telematiche per una
morte rapida ma sicuramente molto dolorosa  –


Esproprio più o meno proletario di una bomba di benzina a Tehran, Giugno 2006. Clickare sullimmagine per vedere il seguito... (da Jadi.civilblog.org)

Esproprio di una pompa di benzina a Teheran, Giugno 2006. Cliccare sull'immagine per vedere il seguito... (da Jadi.civilblog.org)

Rileggendo il testo qui sopra devo dire che non suona tanto male, anche se voleva essere una caricatura… Ora però mettiamo i puntini sulle i:

1) In Iran  moltissima gente non vota perché proprio non ce la fa, difficilmente trovi qualcuno che crede nell’astensionismo come strumento di lotta ma c’è una frazione finita di elettorato che diserta le urne per preservare la propria dignità e/o perché ritiene il voto del tutto inutile;

2) La One million signaturs campaign , vincitrice del premio Simone de Beauvoir 2009, è una cosa molto seria e la maggior parte di coloro che la promuovono non crede affatto che il sistema “Repubblica Islamica” sia emendabile, semmai sogna il famigerato granello di sabbia… (altre informazioni su wikipedia inglese, ovviamente, o qui, in italiano);

3) La Stop child executions campaign è stata co-fondata nel 2007 da niente meno cha Miss Canada 2003, la bella persiana Nazanin Afshin-Jam. È teoricamente fiacca perché si fonda interamente sul richiamare l’Iran al rispetto della Convenzione Onu sui Diritti dei Bambini di cui la Repubblica Islamica è paese firmatario. Ma nella pratica ottiene cose considerevoli riuscendo a far sospendere diverse esecuzioni mediante la tattica mai morta del far un gran rumore (altre info su wikipedia);

4) Non ci sono tracce di un movimento in qualche senso libertario da quelle parti, o almeno io non le ho riscontrate, a parte questa, dove non c’è un link funzionante manco a pagarlo. Però è probabile che se ci fosse stata una forte componente anti-autoritaria nella rivoluzione del ’77-’79 avrebbe aiutato ad evitare il peggio;

5) Ad ogni modo degli astensionisti militanti iraniani esistono realmente, ma sono marxisti ed espatriati di lunga data (qui il link al loro sito). Ci sono anche  vegliard* anarco-comunisti stanziati negli States che avevano (hanno?) una rivista (meglio qui per chi legge il francese) in inglese e persiano apparentemente interessante e che dichiarano di aver avvistato qualche giovane esemplare libertario sull’Altopiano;

6) … i servi restano servi anche se scelgono i padroni, o come in questo caso i quadri intermedi, però è pur vero che non tutti i servi se la passano altrettanto male e a volte può non essere tanto disonorevole tentare di alleviare un po’ la durezza di una condizione insostenibile. O anche solo concedersi di pensare di poterlo fare…

7) La domanda finale è poi sempre la stessa: a chi e in che modo fa la differenza un presidente piuttosto che un altro?

(*) Questo pamphlet poco meditato è dedicato to mi anarchistas y revolutionary friends, che lo hanno in larga parte ispirato e che si spera riusciranno a trovarlo più comico che tragico. 
Per una lingua sia scritta che parlata senza *, @ e /a/e/i/bù! Ginger Roger for President!!!

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