manifesto (… e se non funziona, sarebbe meglio svendere)

Teheran, Febbraio 1979

[…] Yet one thing is undeniable. The Islamic revolution was based on a social vision that was not terribly popular among the modern middle class.
What kept many revolutionary critics of the Islamists quiet in those days was their nationalist and, we must add, socialist inspirations, not their dedication to Islam
.
(Hammed Shahidian – 2002)

Prologo

Che qualcuno abbia fatto più confusione di quanto non fosse permissibile è l’unica cosa chiara di quella strana e mal compresa vicenda storica che è stata – ed in un certa misura è tuttora – la rivoluzione iraniana.

Così pare che alla fine degli Anni ’60 Jean-Paul Sartre si accompagnasse di tanto in tanto ad un tale Ali Shariati,  noto filologo e sociologo delle religioni iraniano, strenuo oppositore del regime dei Pahlevi, ed occasionalmetne suo traduttore dal francese al farsi. Questo brillante giovanotto,  al cui pensiero alcuni si sono riferiti come Islamic-Marxism, parlava di valori, di uguaglianza, di sacrificio, diceva peste e corna della borghesia e del consumismo, e spiegava alla donne che Fatemeh is Fatemeh: se volevano un esempio da seguire potevano guardare all’infallibile figlia del Sommo Profeta, madre e figlia adorata, presente  nella società, rilevante politicamente, casta, modesta, devota e… anticonsumista. L’oppio dei popoli è lo Sciismo Nero, che è per il mantenimento del potere costituito, mentre lo Sciismo Rosso rappresenta l’unico autentico mezzo di liberazione del proletariato!
Che poi i clerici “neri” erano quelli che si facevano gli affari loro, i rossi invece i rivoluzionari…

Una volta Sartre disse:
“I have no religion, but if I were to choose one, it would be that of Shariati’s.”

Sinceramente non riesco ad immaginarmene la ragione, anche perché quella religione là sarebbe andata a cozzare violentemente contro il suo stile di vita, il matrimonio aperto con Simone de Beauvoir, gli “amori contingenti”  e il resto.

Shariati è morto nel ’77 e probabilmente non avrebbe avallato gli eccessi brutali del khomeinismo, non avrebbe forse approvato una costituzione assolutista e un codice penale tribale, così assurdo da sembrare finto, intrusivo fino all’inverosimile in ogni aspetto della vita quotidiana. Né certamente l’enorme quantità di esecuzioni sommarie, di omicidi mirati, le persecuzioni, le epurazioni e quant’altro. Ma il suo pensiero era abbastanza ambiguo da prestarsi a fornire una base ideologica, intellettuale, alla feroce reazione islamista.
Tra gli studenti francesi della seconda metà degli Anni ’70 pare fosse opinione diffusa che il barbuto Imam esiliato dal dispostico regime dello Shah fosse un uomo di sinistra, un progressista, uno che aveva a cuore i diritti umani… che il tipo raccontasse un sacco di balle è ormai risaputo, ma pure quando si sbottonava un po’ di più e le sparava grosse, gli battevanole mani, gli studenti trozchisti, gli allievi dei destrutturalisti, magari pure gli anarchici, chissà? tutti inspiegabilmente stregati dagli occhi spiritati del mistico… una svista, una leggerezza, di cui per loro fortuna sono stati altri a pagare il prezzo.
Quando quel pirla del Primo Ministro
Shapour Bakhtiar, spaventato da una possibile egemonia comunista, decise di permettere il rientro in patria dell’Ayatollah Khomeini dalla Francia, questo arrivò portandosi dietro quest’aura di legittimità movimentista e si poté permettere di rivoltarsi contro il Primo Ministro anti-comunista da sinistra (!). A quel punto il grosso della frittata era fatto, ma gli struzzi, si sà, sono duri a morire.
Ironia della sorte, Bakhtiar perì in Francia, assassinato da un sospetto hezbollah nel ’91, dopo essere scampato a diversi attentati.

In the summer of 1980, Prime Minister Rajai introduced the Law of Compulsory Veiling to the Majlis.[…] Maryam Firouz an executive member of the Tudeh Party (Partito di Massa – stalinisti) praised Ayatollah Khomeini and called him the most important supporter of Women’s rights in our history.»

Questo genio di Firouz – che poi era una principessa con  tre o quattro cognomi… – è morta l’anno scorso alla veneranda età di 95 anni, essendo sopravvissuta con questo genere di espedienti ad un gran numero di militanti che hanno tentato di tenere il punto o che, pur pensandola come lei, si trovavano in una posizione di minore visibilità e sono  quindi stati catturati e infilati nel tritacarne khomeinista come pesci piccoli.
Il Tudeh, la sua dirigenza, ha sempre usato voltarsi dall’altra parte quando la base soffriva la repressione… c’è da chiedersi cme facessero avendo tenuto una simile condotta per oltre 20 anni ad avere ancora qualcosa degno di essere chiamato base. Il suicidio delle groupies di Baffone è descritto bene nel libro di Azar Nafisi, “Leggere Lolita a Teheran”.
Chi avesse provato a farsi dare delle spiegazioni da qualcuna di quelle studentesse  che vestivano come dei soldati financo nelle aule delle università, e si tagliavano i capelli cortissimi in segno di sprezzante rifiuto della vanità borghese, non ne avrebbe cavato un ragno dal buco. Perché alla fine siamo tutti anti-imperialisti, anti-consumisti, anti-americani e la vecchia e cara legge del beduino dice che il nemico del mio nemico è mio amico, quan’anche fosse un clerico forcaiolo… e per i figli di Francia questo è più vero che mai.
Tant’è che ancora nel 2005 (*) i giornali italiani si cimentavano nell’ennesimo processo politico a carico di Michel Foucault rispolverando, Taccuino Persiano alla mano, la vecchia ma mai troppo obsoleta accusa di khomeinismo cieco e militante. Ora senza voler entrare – per il momento – nel merito,  azzardo un’osservazione peregrina: anziché mettere in punta ad un cannone il singolo individuo solo perché si è sporcato tutte e due le scarpe, per di più pubblicamente e rifiutandosi poi di fare ammenda, forse sarebbe il caso di cercare di capire come mai una massa spropositata di persone, iraniane ma non solo, religiose o meno,  senza troppe distinzioni tra laureati ed analfabeti, ad un certo punto, inspiegabilmente, si sia messa a gridare: «Viva Khomeini!»
A prendere le distanze quando è troppo tardi sono capaci tutti. Pretendere delle scuse è del tutto inutile, i mea culpa lasciano il tempo che trovano. Personalmente mi piacerebbe invece capire come mai l’intellighenzia rivoluzionaria tanto occidentale quanto autoctona si sia trovata nel suo complesso così del tutto priva degli anticorpi necessari per sottrarsi alla scelta impossibile tra due totalitarismi disumani, uno eterodiretto, l’altro prodotto in loco.

E questo è successo prima che il clero sciita prendesse il potere sotto la guida carismatica dell’amato Imam.
Si potrebbe quasi sospettare che questa miopia abbia giocato un ruolo determinante nel rompere le uova nella padella islamista.

La questione è palesemente attuale, non servono sofisticate argomentazioni per mostrare come il vecchio dilemma sia ben lontano dal poter essere derubricato a rompicapo accademico. Basti pensare alla situazione politica a Gaza, o al fatto che quotidianamente inciampiamo in grandi estimatori di Chavez che, se capitasse, non si farebbero troppi problemi a concedere un applauso al fantastico Nano dell’Altopiano.

chavez_ahmadinejad

Rilevanza, pertinenza, urgenza

Circa settanta milioni di svitati, che vivono ad alcune migliaia di chilometri dai confini orientali dell’UE, si comportano in maniera indecifrabile e magari costruiscono la bomba atomica. Magari anche no, ad ogni modo sarebbe solo una bomba in più in una foresta di Paesi dotati di armamenti nucleari.
I comunisti li trattano con indulgenza, quasi con simpatia, lodando l’intervento statale nell’economia nazionale e la resistenza al libero mercato (!).
I democristiani, di centro, di destra e di centro-sinistra, in genere ci fanno ottimi affari ma ostentano di ignorarli, salvo blaterare occasionalmente sui diritti umani, quando di tanto in tanto esplode il caso mediatico – che solitamente consta di una chiamata alle armi per salvare la vita di una giovane, bella ed intelligente fanciulla. La destra filoamericana ne fa uno spauracchio pronto ad essere agitato all’occorrenza, ma senza troppa enfasi, senza esagerare che i legami economici sono tanti e complessi, e tendenzialmente preferendo puntare il dito contro la politica estera del Nano dell’Altopiano piuttosto che sugli affari interni, che alla fine riguardano il suddetto gruppo di 70 milioni di svitati, e chi è causa del suo mal… Infine i fascisti. Già, che ne pensano i fascisti? ogni singolo cespuglio ha una sua teoria: il grande Khomeini ha sconfitto il materialismo in nome della spiritualità e della tradizione, è un’induscussa fonte di ispirazione; Mamma li turchi! un popolo di primitivi vuole attaccare e distruggere la nostra Civiltà (Giudaico-)Cristiana! 3) certo che questi le sanno dare come si deve… – ma sicuramente non sono al centro dei loro pensieri.
D’altra parte perché dovrebbero esserlo? Perché dedicargli un’attenzione speciale? Perché l’Iran e non il mondo arabo? O, al più, il mondo Islamico in generale?

La mia risposta più semplice è: perché hanno fatto una Rivoluzione. Una vera Rivoluzione di massa, solo trenta anni fa, rovesciando una monarchia vecchia duemilacinquecento e passa anni ed inventando una forma di governo completametne nuova, mai vista prima. Non si è trattato dell’ennesimo cambio di regime in uno statlo instabile dell’America Latina o in una ex-colonia africana.

December 11, 1978: Demonstration on Shahreza (now Enqelab/Revolution) Ave.
11 Dicembre 1978: Manifestazione in viale Shahreza (ora Enqelab/Revolution)

Ci sono poi motivazioni più particolari, specifiche contingenti, che hanno a che fare anche con gli sviluppi successivi alla rivoluzione nonché con la situazione presente. Provo ad descriverle sommariamente, tentando si seguire un criterio di evidenza.

Si tratta di andare a ficcanasare in un contesto decisamente diverso dal nostro in cui si ripropongo però problematiche identiche, solamente in una forma estremamente drammatica ed esasperata. E ne viene fuori che spesso, troppo spesso, si danno una quantità di cose per scontate… Tento di fare alcuni esempi, benché decisamente mal posti per necessità di sintesi: le divergenze che possono esserci tra i partecipanti ad una manifestazione in una democrazia occidentale in merito all’opportunità di coprirsi il volto ovviamente assume una prospettiva del tutto diversa se si tratta di un corteo di universitari a Teheran. Chi andrebbe da chi che sia a dirgli/le di scriprirsi la faccia laggiù? O chi si metterebbe a rompere vetrine se rischiasse la forca? O per quanto riguarda il voto – meglio, il non-voto – una di quelle questioni su cui solitamente le persone si formano un’opinione e tendono a mantenerla, senza ridiscuterla da capo ad ogni elezione. Anche questo è un lusso che evidentemente nell’Iran post-rivoluzionario non ci si può permettere. O pensate quanto suonerebbe ridicola e conformista una cosa come l’assemblea-non-mista in un paese dove si cerca di imporre la “segregazione di genere” e di fare pure gli ospedali non-misti! Ovviamente questa è una semplificazione brutale, buona solo per rendere l’ironia della circostanza, la realtà delle cose è ben diversa anche perché il femminismo, come il marxismo e qualunque altro -ismo nato in Occidente è semplicemente illegale (meno dell’alcol, ma più dell’eroina!)
Ad ogni modo mi pare che fermarsi un attimo a pensare a tutto questo, dedicare un po’ di tempo ai tentativi eroici e ai fallimenti catastrofici – davvero catastrofici – di qualcun altro sia utile, da un lato per sottrarci ad un egocentrismo strisciante sempre in agguato che lascia intendete che i nostri problemi sono I Problemi, che la nostra realtà sia La Realtà e che peggio di così non possa andare (ci sono ronde peggiori di quelle leghiste al mondo e le norme per limitare la libertà della rete non se l’è inventate il Governo Berlusconi).

Protesta studentesca – Teheran, 24 maggio 2006

Dall’altro, mi piace credere che si possano tirare fuori buone idee per affrontare un problema X studiando una sua variante X’, soprattutto quando le connessioni tra le due varianti siano robuste e rilevanti. Sono profondamente convinta che questo sia esattamente il caso della Italia e Repubblica Islamica dell’Iran, anche se Ruini non si candida alla presidenza del consiglio dei ministri. A questo proposito ci sarebbe molto da dire, ma non mi azzardo ora perché non c’è niente di autoevidente in questa affermazione e al momento non sono ancora in grado di argomentarla in una forma logica. Porterò le mie prove, tutte circostanziali ovviamente, e vedremo se saranno convincenti!

Protesta studentesca – Teheran, 24 maggio 2006

C’è poi un altro punto su cui mi vorrei soffermare, forse l’unico argomento che mi ha realmente spinta ad occuparmi di tutto ciò, dato che le motivazioni precedenti sono tutte considerazioni a posteriori: è una continua sfida alle proprie capacità deduttive, si è sempre sul filo del rasoio, in bilico dal poter affermare “io ho capito” e il silenzio definitivo. La società iraniana, almeno quella dell’ultimo secolo, sembra essere un sistema instabile, ai limiti caotico volendo utilizzare una metafora matematica: avendo a dispostizione un certo insieme di dati si trae una determinata conclusione, ma se poi si viene a conoscenza di un altro elemento, magari apparentemente insignificante, non è improbabile trovarsi costretti a mutare radicalmente opinione.
Volendo esagerare potrei dire che ad una lettura a prima vista, senza saper ne leggere ne scrivere, attraverso la griglia delle nostre esperienze e conoscenze occidentali si indovina all’ordine zero, si azzecca il contributo principale alla comprensione, se così si può dire. Se però se si tenta di raccogliere informazioni più accurate si è portati a rivedere la posizione iniziale, quella ovvia del buon senso, affinando la stima all’ordine uno. Andando oltre, mettendo insieme dettagli e storie personali e azzardando uno sforzo di immedesimazione si aprono però nuovi scenari e la visione globale muta ancora. A questo punto dovremmo essere ad una approssimazione del secondo ordine, ragionevolmente buona. Il mio sospetto è però che la serie non converga affatto…

Infine, per chiudere, mi pare plausibile che questo scenario paradossale possa fornire spunti di riflessione stimolanti a chiunque si interessi alle dinamiche profonde di quella misteriosa chimera che è la società, ai rapporti di potere e alle gerarchie, in relazione in particolare con le questioni di genere, la religione, lo spazio pubblico, le libertà individuali e collettive, l’educazione e la famiglia come istituzione. E infine  c’è il fronte dell pratiche di conflitto, della connessione tra  forme di lotta e teoria, di come evitare di sottrarsi ad uno sfruttamento più rozzo per poi cadere in uno più complesso e raffinato dal quale l’emancipazione sarà sempre più difficile.

Protesta studentesca – Teheran, 24 maggio 2006

E comunque, last e forse pure least, tra meno di venti giorni si terranno le elezioni presidenziali. La campagna elettorale impazza: quattro più o meno loschi figuri si sfidano a colpi di retorica e messaggi subliminari, ognuno con la sua storia incredibile alle spalle, le sue idee estreme o cerchiobottiste, il suo passato rivoluzionario e politico, a volte anche con un passato più passato della rivoluzione. I tre sfidanti del presidente uscente credo siano sconosciuti ai più, ma non sono meno divertenti, forse un tantino meno grotteschi, chissà. Se ne vedranno delle belle, anzi se ne sono già viste…
Intanto si mormora – in Italia mi pare solo su Il Giornale – che se il Nano dell’Altopiano viene rimandato a casa a fare quello che faceva prima – l’odontotecnico o il pasdaran, non è chiaro – è probabile che, per la prima volta dalla Rivoluzione Islamica, la Repubblica Islamica dell’Iran avrà una first lady. Che dire??

(*) in realtà un pezzo più recente dal titolo “E l’Italia rossa applaudì” è uscito sul Sole24ore i’8 Febbraio 2009 a firma di Marco Filoni

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