Cronologia, che fatica!

3 novembre 2009 at 13:47 (notizie in pillole) (, , , , , , , , , , , , , )

Mi ci è voluto molto tempo per redigere questa promessa cronologia, che probabilmente è anche noiosa, come tutte le cronologie. E non è neppure completa, sicuramente mancano molte cose. Ma mi era davvero indispensabile per riprendere il lavoro qui su…

Per essere seri e precisi iniziamo pubblicando un mappa che permetta di fare mente locale, prendendola in prestito da geology.com:

Cartina politica dell'Iran

Cartina politica dell'Iran, da geology.com

Luglio: Ahmadinejad accetta di sostituire il suo primo vice-presidente, Esfandiar Rahim Mashaie, dietro pressione del Leader Supremo Ayatollah Ali Khamenei. Il fatto rappresenta una novità trattandosi di una intrusione diretta nella nomina dei membri del gabinetto di governo che non ha precedenti nella storia della Repubblica Islamica. Lo scandalo derivava da una parte dal fatto che Mashaie è il consuocero di Ahmadinejad, essendo suo figlio il marito di una delle figlie del presidente; dall’altra da alcune passate controverse esternazioni del personaggio politico, reo di aver fatto distinguo tra popoli e governi nel caso di USA e Israele e di aver assistito a cerimonie “promiscue”, in patria e in Turchia, durante le quali delle donne eseguivano danze tradizionali, suonavano strumenti o leggevano il corano in un clima sconvenientemente “festoso”. Successivamente Ahmadinejad ha nominato Mashaie capo del suo staff. [http://en.wikipedia.org/wiki/Esfandiar_Rahim_Mashaei]

31 Luglio: Arrestati 3 turisti americani che avevano superato il confine.
[newspeg.com/Iran]

4 Agosto: Alla cerimonia di conferma del mandato ad Ahmadinejad i leader riformisti sono assenti, alcuni parlamentari lasciano l’aula quando il presidente inizia il suo discorso. iraniana. Durante la cerimonia i negozio intorno al parlamento sono chiusi, come le due fermate della metro più vicina e l’edificio è circondato di basiji e poliziotti. Si registrano violenti scontri con i manifestanti. Confermato l’arresto dei tre cittadini statunitensi che avevano oltrepassato al frontiera.

Tehraneh Mousavi

Taraneh Mousavi

5 Agosto: Ritrovato il corpo semi carbonizzato di Taraneh Mousavi arrestata dai basiji una settimana prima. La ragazza, che aveva 28 anni, avrebbe subito brutali aggressioni sessuali di gruppo e sarebbe morta dopo il ricovero in ospedale.

“Quando la famiglia di Taraneh, che vive a Jeyhoun Street nella zona ovest di Teheran, ando’ a cercare la figlia alla stazione di polizia. gli ufficiali dissero loro che non avevano alcuna notizia… Due giorni dopo una persona telefono’ a casa dei genitori dicendo che la figlia era stata ricoverata per qualche ora al Khomeini Hospital di Karaj per diverse lacerazioni nelle parti intime”.

[autfemminista.mastertopforum.net]

7 Agosto: Mehdi Karroubi (il più liberale e l’unico clerico dei 4 candidati presidenziali) denuncia dal sito web del suo partito “Etemat Melli” le violenze sessuali subite in carcere dai manifestanti detenuti, uomini e donne, per lo più giovani. Sarebbero stati praticati “stupri generalizzati” per piegare la volontà di “dissentire”. Queste denunce Karroubi le aveva già espresse due settimane prima in una lettera privata ad Akbar Hashemi Rafsanjani, nella quale dichiarava che ne avrebbe reso pubblico il contenuto dopo dieci giorni in caso di mancata risposta.[www.secondoprotocollo.org]
«Se ciò fosse vero, sarebbe una tragedia per la Repubblica islamica – ha aggiunto Karrubi – Una tragedia che cancellerebbe i peccati di molte dittature, compresa quella del deposto Scià». (fonte Corriere.it). Contemporaneamente iniziano ad emergere le prime ammissioni di torture da parte di funzionari iraniani. [www.agenziami.it]

Clotilde Reiss

Clotilde Reiss

8 Agosto: alla sbarra Clotilde Reiss, cittadina francese che aveva lavorato alcuni mesi all’Università di Isfan, accusata di spionaggio per aver inviato via email alcune foto dei cortei di protesta ad amici francesi. La giovane ricercatrice “confessa” e “chiede la grazia”.[ilsecoloxix.it]
Il procuratore generale della corte di Tehran ordina la chiusura dell’ufficio di Karroubi. [www.blitzquotidiano.it]

16 Agosto: Liberata Clotilde Reiss, detenuta in Iran del 1 Luglio, dopo il pagamento di una cauzione di entità imprercisata, ma resta in stato di fermo presso l’ambasciata francese. [www.ilsole24ore.com]

17 Agosto: L’autorità giudiziaria dispone la chiusura del quotidiano Etemad-i Melli, organo del partito omonimo fondato da  Mehdi Karroubi. Apparentemente si tratta di una ritorsione per le recenti dichiarazione di Karroubi in proposito delle violenze subite dai detenuti.[www.ilsole24ore.com]
In serata il procuratore generale di Tehran smentisce la chiusura, imputando la mancata uscita in edicola del quotidiano a problemi tecnici. [www.university.it]


20 Agosto: Mahmoud Ahmadinejad presenta il gabinetto di governo
per il suo secondo mandato, proponendo per la prima volta dal 1979 tre donne per incarichi ministeriali, su un totale di 21. Sette facevano parte del precedente governo: il Ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki, il Ministro per l’Economia Mohammad Hosseini, e il Ministro della Difesa Mostafa Mohammad Najar, ma questa volta proposto Ministro degli Interni.
Questa la lista completa dei nomi che il parlamento è chiamato ad approvare entro 10 giorni:

1. Sousan Keshavarz: ministro dell’istruzione,
— dottorata in filosofia dell’educazione, già assistente del ministro dell’educazione;

2. Reza Taqipour: ministro delle telecomunicazioni
— master in ingegneria industriale e già direttore manageriale della compagnia del settore delle telecomunicazioni iraniana;

3: Haidar Moslehi: ministro dell’intelligence
— rappresentante del Leader Supremo presso il Corpo dei guardiani della Rivoluzione e direttore dell’Organizzazione Nazionale della Carità, si dice non abbia alcuna esperienza nel campo dei servizi di intelligence;

4: Shamsodin Hosseini: ministro dell’economia
— già ministro per l’economia nella precedente amministrazione, dottorato in economia, segretario del piano del gruppo di lavoro per le riforme economiche  e capo della commissione economica dell’amministrazione;

5: Manouchehr Mottaki: ministro degli esteri
— ministro degli esseri nella precedente amministrazione, membro del parlamento nel primo e nel settimo Majlis, già ambasciatore in Giappone e Turchia, e assistente del  ministro per gli affari interni;

6: Marzieh Vahid Dastjerdi: ministro della sanità
— ginecologa, membro del quarto e del quinto Majlis;

7: Mohammad Abbasi: ministro della cooperazione
— già ministro della cooperazione, dottorato in management, e membro del settimo Majlis;

8: Sadeq Khalilian: ministro dell’agricoltura
— dottorato in economia delle risorse naturali, membro della facoltà presso la Tarbiat Modares University, e assistente del ministro dell’agricoltura;

9: Hamid Behbahani: ministro dei trasporti
— ministro dei trasporti nella precedente amministrazione, dottorato in ingegneria civile e già capo del Collegio di Ingegneria Civile dell’Iran, University of Science and Technology;

10: Fateme Ajorlou: ministro del welfare e della sicurezza sociale
— membro del Majlis attuale e del precedente, studentessa di dottorato in psicologia dell’educazione;

11: Ali Akbar Mehrabian: ministro dell’industria e delle miniere
–ministro dell’industria e delle miniere nella precedente amministrazione  e assistente del presidente, apparentemente già processato per frode, per aver fatto molti soldi rubando un’invenzione di qualcun altro;

12: Kamran Daneshjou: ministro della scienza (ovvero della ricerca e dell’università)
— dottorato in ingegneria aerospaziale, assistente della commissione elettorale del ministro degli interni nelle elezioni di giugno e quindi particolarmente impopolare tra studenti e docenti universitari, già governatore generale di Tehran;

13: Mohammad Hosseini: ministro della cultura e della guida islamica
— membro di facoltà presso l’Università di Tehran, membro del quinto Majlis e assistente del ministro della scienza;

14: Abdolreza Sheikholeslami: ministro del lavoro
— dottorato in ingegneria civile, già assistente del presidente e capo dell’ufficio presidenziale, membro di facoltà presso l’Iran University of Science and Technology;

15: Mostafa Mohammad Najar: ministro degli interni
— ministro della difesa nella precedente amministrazione, master in management amministrativo, un passato nell’esercito il che è considerato controverso (Khomeini diede indicazione di tenere separati politica e forse armate);

16: Ali Nikzad: ministro dell’edilizia e dello sviluppo urbano
— governatore generale di Ardebil e capo dell’organizzazione per l’edilizia e lo sviluppo urbano della provincia di Ardabil;

17: Masoud Mirkazemi: ministro del petrolio
— ministro del commercio nella passata amministrazione, dottorato in ingengeria industriale, cancelliere della Shahed University;

18: Mohammad Ali-Abadi: ministro dell’energia
— vice presidente e capo dell’Organizazione per l’Educazione Fisica nella passata amministrazione;

19: Morteza Bakhtiari: ministro della giustizia
— governatore generale di Isfahan e già direttore dell’Organizzazione delle Prigioni di Stato;

20: Ahmad Vahidi: ministro della difesa
— assistente del ministro della difesa e capo della commissione politica e difesa del Consiglio del Discernimento;

21: Mahdi Qazanfari: ministro delle attività commerciali
— assistente del ministro del commercio e direttore dell’Organizzazione per lo Sviluppo del Commercio dell’Iran.

[www.payvand.com]
[laguillotine.wordpress.com]

27 Agosto: la televisione di stato iraniana manda in onda il processo ai leader delle proteste post-elettorali. Sono accusati di aver sobillato le masse ed incitato la sommossa. Figure più o meno di spicco dell’establishment post-rivoluzionario iraniano, noti intellettuali riformisti, cittadini comuni, siedo in uniformi carcerarie che sembrano pigiami nelle prime file della sala delle udienze, ad uno ad uno si alzano e rilasciano confessioni molto poco convincenti. Tra loro, l’ex-ufficiale dei servizi Saeed Hajjarian, scampato ad un attentato nel 2000 e da allora rumoroso critico del sistema. Molti esponenti riformisti hanno criticato questi processi definendoli una triste messinscena in stile sovietico. Sul banco degli imputati non sono semplicemente privati cittadini, per quanto noti, ma l’intero movimento riformista: il procuratore ha infatti chiesto che i due principali partiti riformisti, il Fronte di Partecipazione dell’Iran Islamico e l’Organizzazione dei Mujahidin della Rivoluzione Islamica, siano banditi. [news.bbc.co.uk]

1 Settembre: durante il maxi-processo l’ex-primo vice presidente dell’amministrazione Khatami, Mohammad Ali Abtahi, visibilmente provato e notevolmente dimagrito, confessa di aver fatto false accuse in merito ai brogli e attribuisce l’organizzazione di tutto a Khatami, Rafsanjani e Mousavi. I leader riformisti negano la validità delle confessioni palesemente estorte e contrarie alla costituozione, alla legge e ai diritti dei cittadini. Il legale di Abtahi, Saleh Nikbakht, denuncia a reporter senza frontiere che ai difensori non è concesso entrare in aula, il che contraddice l’articolo 135 della Costituzione iraniana. [www.repubblica.it]

2 Settembre: Continua il processo, compaiono altri imputati davanti alla Corte Rivoluzionaria. Vanna Vannucci scrive su Repubblica:
«Sono entrati nell’aula irriconoscibili, magri, terrei, l’ombra di se stessi, vestiti di quei pigiami grigi che sono le uniformi delle carceri iraniane. Ali Abtahi, ex vicepresidente, un hojatoleslam; Abdollah Ramezanzadeh, ex portavoce del governo Khatami; Mohsen Mirdamadi capo del partito riformatore Mosharekat, l’ex viceministro degli Esteri, Mohsen Amizadeh, e l’ex vicepresidente del parlamento Behzad Navabi. […]» [www.repubblica.it]

3 Settembre:  Il parlamento iraniano respinge 3 dei ministri proposti (invece dei 12 che aveva minacciato). Da “Repubblica.it“:
«Due delle nomine respinte sono donne, Sousan Keshavarz proposta per il ministero dell’Istruzione e la collega del Welfare Fatemeh Ajorlou. Ci sarà comunque una donna nell’esecutivo di Teheran, per la prima volta nella storia della Repubblica islamica: la ginecologa Marzieh Vahid Dastjerdi guiderà il dicastero della Salute. La Dastjerdi è un’ultraconservatrice, che in passato aveva proposto l’introduzione della segregazione sessuale nella sanità: uomini per curare gli uomini e donne per curare le donne. Rifiutata invece la nomina del ministro dell’Energia, mentre al Petrolio è stato approvato Massoud Mirkazemi.
E’ stata ratificata anche la nomina a ministro della Difesa di Ahmad Vahidi, ricercato dall’Interpol per il suo coinvolgimento nell’attentato al centro di assistenza ebraico di Buenos Aires del 1994 in cui morirono 85 persone. Lo ha annunciato il presidente del Majilis, Ali Larijani.
Ahmadinejad ha ora tre mesi di tempo per proporre i nuovi candidati per i dicasteri di Welfare, Energia e Istruzione. Nel frattempo il nuovo esecutivo potrà comunque insediarsi e cominciare il suo lavoro. Nel complesso i risultati della votazione sono stati migliori di quelli del 2005, anno del primo mandato di Ahmadinejad. All’epoca, infatti, i ministri bocciati furono quattro, tra i quali quello del Petrolio, strategico per uno stato che è il quarto produttore di greggio al mondo.»

Issa Sahar-Khiz

Issa Sahar-Khiz

12 Settembre: inizia la raccolta firme per chiedere al segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon di intervenire in favore del giornalista iraniano e sostenitore di Mehdi Karroubi Isa Saharkhiz, arrestato il 4 Luglio e da allora detenuto nella prigione di Evin. Di Issa non si sono avute più notizie.  Amnesty international lo considera un prigioniero di coscienza, tenuto in isolamento semplicemente per aver esercitato il diritto di espressione, a forte rischio di tortura. [www.gopetition.com]

18 Settembre: la manifestazione anti-israeliana che il governo iraniano organizza tutti gli anni dal 1979 in occasione dell’ultimo venerdì di ramadan si trasforma in una nuova onda verde, nonostante le minacce e le diffide per prevenire il dirottamento dell’evento. A riprova che la crisi non è finita. Nonostante la repressione, nonostante i quotidiani occidentali ormai parlino di altro. E anche la provincia continua a dare segni di vita, benché la partecipazione di massa non sia più quella di tre mesi prima. Va anche notato che i “leader” istituzionali della contestazione ci sono tutti e tre, Mousavi, Karroubi e Khatami, nonostante il divieto esplicito e ufficiale. [news.bbc.co.uk]

10 Ottobre: Tre persone condannate a morte in seguito alle proteste di giugno,
due apparterebbero ad un gruppo filo-monarchico ed un’altra ai MKO. In carcere restano ancora almeno 200 dimostranti fermati, 110 dei quali attualmente sotto processo. [news.bbc.co.uk]

13 Ottobre: Karroubi messo sotto inchiesta per le sue denunce degli stupri avvenuti nelle carceri iraniane. Secondo Al Jazira sarebbe stato rinviato a giudizio. [www.lastampa.it]

19 Ottobre: Strage di pasdaran al confine con il Pakistan. Mohammad Marzieh, il procuratore di Zahedan, capoluogo del Sistan-Beluchistan, ha detto che l’attentato è stato rivendicato da Jundullah (Soldati di Dio), un gruppo separatista sunnita da tempo in azione nella regione a cavallo tra Iran, Pakistan e Afghanistan. Non è stato però ancora fatto nessun arresto. Come sempre in occasione di violenze nelle aree di confine iraniane, abitate da minoranze sunnite, l’Iran ha subito accusato i Paesi «nemici» di essere dietro all’attentato. La televisione di Stato ha puntato il dito contro la Gran Bretagna, il presidente del Parlamento, Ali Larijani, e i Guardiani della Rivoluzione hanno invece accusato gli Stati Uniti. Tehran punta però il dito anche contro i servizi pachistani, più volte sospettati di appoggiare le azioni delle Jundullah.[www.lastampa.it]

22 Ottobre: 60 nuovi arresti trai familiari dei detenuti politici. Gli arresti sarebbero stati effettuati durante una cerimonia religiosa che si stava svolgendo in una casa privata, una veglia di preghiera per amici e congiunti in prigione. [ferdinandopelliccia.blogspot.com]

23 Ottobre: Karroubi visita la Fiera del Libro a Tehran e scoppia il parapiglia tra oppositori del governo e sostenitori di Ahaminejad.

Karroubi alla Fiera del Libro

Karroubi alla Fiera del Libro

Leggermente ferito è costretto a darsi alla fuga. Esponente del clero riformista, Karroubi è oggi simbolo di un’opposizione che non vuole arrendersi e resiste agli abusi. [ibidem]
L’Iran propone alla Francia uno scambio di prigionieri: Clotilde Reiss in cambio degli assassini dell’ex primo ministro iraniano Shapour Bakhtiar, ma l’Eliseo respinge fermamente.
[www.ticinolibero.ch]

31 Ottobre: Da Reset.it: «Il colpo di scena è avvenuto all’assemblea annuale degli studenti iraniani con l’ayatollah [Khamenei]. Dopo una serie di domande soft, un giovane genio matematico, Mahmud Vahidnia, è intervenuto attaccando la “Guida suprema”, chiedendogli conto dei suoi errori e delle menzogne sulle elezioni e sui fatti successivi. Il ragazzo ha ricevuto applausi ed è diventato una specie di eroe nazionale. Ma ora di lui non si sa più niente da qualche giorno. […] Agenti segreti, secondo i blog, lo hanno avvicinato alla fine del suo discorso il 28 Ottobre.
Forse lo hanno arrestato e per il momento non si hanno altre notizie sulla sua persona!

Dal sito web degli studenti dell’Università Sharif, il giovane studente di matematica sarebbe da giovedì sera sotto custodia dell’unità di intelligence delle Guardia rivoluzionarie. La notizia non e’ stata pero’ al momento confermata ufficialmente» [leggi tutto]

Mahmud Vahidnia

Mahmud Vahidnia

Da Repubblica.it: «”Voglio dirle qualcosa”, esordisce il giovane rivolgendosi direttamente alla Guida, “perché nessuno può permettersi di criticarla in questo paese? Non è ignoranza questa? Lei ritiene di non fare errori? L’hanno trasformata in una sorta di idolo irraggiungibile che nessuno può sfidare”.


Sbanda la prima linea di dignitari e professori, seduta in terra di fronte al leader […] A un certo punto dalle file dei giovani parte qualche applauso; gli applausi poi si ripetono, diventano più insistenti.

La contestazione di Mahmoud continua così sincera, quasi candida, che lo stesso ayatollah Khamenei alla fine quasi sceglie di giustificarsi. “Le critiche sono bene accette, so che ce ne sono molte”, dice l’ayatollah. E poi, riferendosi alle critiche del giovane alla Tv iraniana di cui la Guida è il responsabile supremo, l’ayatollah risponde: “Non crediate che per il fatto che io indichi il capo della televisione di Stato loro mi sottopongano tutti i programmi che trasmettono” … [leggi tutto] [video][un post di pedestrian in inglese]

_____________AGGIORNAMENTO 8/11   _____________

4 Novembre: Anniversario dell’occupazione dell’Ambasciata Americana. Mentre la manifestazione ufficiale per la ricorrenza si tiene davanti all’ex sede diplotatica USA, l’opposizione protesta di fronte all’ambasciata russa in segno di disapprovazione per la posizione accondiscendente del Cremlino nei confronti di Ahmadinejad. Per la prima volta negli slogan di protesta viene nominato Obama, aL quale si chiede di scegliere: o sta col popolo iraniano o con il suo governo illegittimo. Intanto non si hanno ancora notizie dello studente della Sharif University di Tehran, Mahmud Vahidnia, una giovane promessa della matematica protagonista nei giorni precedenti di una clamorosa critica al Leader Supremo Khamenei. È invece confermata la chiusura da parte della autorità del quotidiano economico di tendenze riformiste Sarmayeh. [americaoggi.info] Studenti iraniani protestano a Roma nella città universitaria de La Sapienza [Video]

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Anno nuovo… (una dichiarazione d’intenti)

22 settembre 2009 at 18:30 (pensieri personali) (, , , , )

L’intenzione è quella di riprendere il lavoro lasciato in sospeso più di un mese fa.
Niente di strano che l’estate abbia imposto una pausa di riflessione, infondo, ma sarebbe inutile negare che la ripresa delle attività tarda ormai alcune settimane. Dalla seconda settimana di settembre tutto a ripreso a svolgersi regolarmente, e ormai direi a pieno ritmo. Eppure di rimettere mano a questo blog proprio non mi riusciva.

La spiegazione, almeno quella pratica immediata, è semplicissima. Questo blog era nato con un’idea differente da quella che poi i fatti di cronaca hanno imposto. Voleva essere un luogo dove accumulare materiale lentamente, non direttamente legato all’attualità. Sicuramnte pensavo di occuparmi di questioni riguardanti la società, la politica e magari anche alcuni aspetti legislativi, ma avevo anche in mente di presentare alcuni personaggi particolarmente affascinanti, del presente e del passato, di divagare sul cinema, la poesia, la storia antica. E pensavo più a descrivere le mie “visioni” che non ad argomentare questa o quella analisi su un intricatissimo quadro internazionale. Adattarsi è stato cosa buona e giusta. Però ha significato spendere tempo ed energie seguendo vicende in rapido sviluppo, cercando di misurare il polso della situazione, di stare al passo coi fatti.

Ecco allora che dopo la pausa estiva, riprendere da dove si era lasciato si è verificato essere semplicemente impossibile. Dunque continuavo a procrastinare senza riuscire ad immaginare una via d’uscita. Ora però il flusso di informazioni ha ridotto la sua portata, gli eventi sembrano aver rallentato e pare essere di nuovo possibile occuparsi di dettagli e cose apparentemente inutili. Forse anche realmente inutili, chissà. Rimane da mettere a frutto il fatto che sull’area geografica di cui avevo scelto di scrivere è stato innalzato il livello generale di attenzione, in realtà più nel resto del mondo che non in Italia. Dunque forse continuare a scrivere solo in Italiano ha davvero poco senso se si ha in mente di condividere qualcosa con qualcuno che possa trovarlo interessante.

Quindi si rallenta e il blog diveta bilingue, nonostante questo significhi dilatare ulteriormente i tempi di pubblicazione dei post. I nuovi articoli saranno anche in inglese e quelli vecchi verrano equipaggiati, gradualmente, di un riassunto introduttivo in lingua anglosassone. E poiché ormai sono diversi mesi che non vivo più in Italia e i fantastici documentari storici della televisione pubblica spagnola sono una grande fonte di ispirazioni, le analogie tra le stramberie della storia persiana e quelle della nostra povera Italietta non saranno più le uniche prese in considerazione. Daremo un po’ di attenzione ad altri due casi con tratti simili, ovvero un tentativo di migliorare un condizione presente sfociato in una cambio di regime in senso autoritario, conservatore e fondamentalista dal punto di vista della morale religiosa: la Spagna Franchista ed il Chile di Pinochet (le somiglianze inquesto caso vanno bel oltre quelle evocata dallo slogan “Khamenei come Pinochet”).

Siccome però non è nemmeno possibile (e sensato) fare finta di niente, nei prossimi giorni elaborerò una cronologia degli eventi principali degli ultimissimi mesi, dall’insediamento del governo in poi, e spenderò due parole per discutere le questioni di portata più generale: la proposta di 3 ministri donne da parte di Ahamdinejad e il successivo respingimentro di 2 di queste; la battaglia intrapresa da Karroubi per denunciare e sottrarre all’oblio collettivo gli abusi ed in particolare gli stupri commessi nelle carceri iraniane ai danni dei manifestanti arrestati; più in generale, l’impossibilità del regime di infilare la testa sotto la sabia compeltamente e fare finta di niente e le incrinature che questa situazione ha prodotto.

Che poi si sanno un sacco di cose…

“Di buone  intenzioni è lastricata da strada dell’inferno”;

“La strada del Poi porta a casa del mai”;

“Tra il dire e il fare …”;

Immagina della città sotterranea di Kariz, costruita più di 2500 anni fa

Kariz-e Kish, Iran. Costruita più di 2500 anni fa, Kariz era un'antica rete di acquedotti scavata nell'unica isola corallica del pianeta ed oggi trasformata in una incredibile città sotterranea che si estende su un'area di circa 10000 mq, fino ad una profondità di 16 m. Clicca sull'imagine per saperne di più.

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La terza rivoluzione – di Mohammad Memarian

9 agosto 2009 at 10:33 (contributi in prestito, Traduzioni) (, , , , , , , , , )

Quella che segue è la traduzione di un post di Mohammad Memarian, che si trova in inglese sul suo blog, qui. La riporto senza commenti, solo con alcune note aggiunte tra parentesi quadre e alcuni link alle pagine di wikipedia che trattano gli eventi e ai personaggi meno noti nominati nel testo.
Questo post vuole essere l’inizio di uno scambio di opinioni con un blogger iraniano che scrive in inglese esponendo un punto di vista personale non assimilabile a nessuno degli schieramenti maggioritari in cui può essere raggruppata la maggior parte dei blogger suoi connazionali. Ad esempio, la sua opinione riguardo Ahmadinejad è simile a quella che Montanelli aveva di Berlusconi: è una malattia del ceppo populista per la quale non esiste miglior vaccino che sperimentarla. E se una sola volta non basta, che siano due.

“La terza rivoluzione” –  di Mohammad Memarian

Una volta, in Iran, ci fu una rivoluzione guidata dagli Ayatollah che rovesciò il regime dello Scià e destabilizzò quella che era stata un’isola di stabilità per più di un decennio. Quell’evento non solo ha comportato un cambio di regime ma anche ha trasformato il sistema socioculturale della società iraniana. La gente comune, che durante il regno dello Scià era stata orientata verso uno stile di vita occidentale, dopo di allora fu pronta ad abbracciare un’interpretazione fondamentalista e politicamente aggressiva dell’Islam Sciita. L’Ayatollah Khomeini, fondatore carismatico della Repubblica Islamica, svolgeva la funzione di mentore e per le sue indicazioni gran parte della società era disposta a sacrificare i propri effetti personali o perfino la propria vita. Tuttavia molte figure politiche moderate, ilcluso il governo del Primo Ministro Bazargan, a quei tempi erano ancora attive nella politica iraniana. Anche se in una certa misura isolate, sono riuscite ad essere influenti rispetto ad alcuni settori sociali e hanno svolto la funzione di barriera contro molte decisioni radicali.

Lambasciata degli Stati Uniti a Tehran

L'ambasciata degli Stati Uniti a Tehran

Quasi un anno dopo, ci fu la crisi degli ostaggi [dell’ambasciata americana] che alla fine costrinse Bazargan alle dimissioni. L’ayatollah Khomeini battezzò l’evento “seconda rivoluzione”. Aveva ragione, nel senso che la crisi degli ostaggi contribuì a radicalizzare la scena politica in Iran e a mettere all’angolo gli esponenti moderati. Negli anni a venire, la voce dei sostenitori della linea dura fu dominante in Iran.

Dopo la morte dell’ayatollah Khomeini, che coincise con la conclusione della guerra Iran-Iraq [1989], l’assenza di un leader carismatico sostenitore della linea dura ha lasciato un certo spazio per la diffusione di voci moderate. Se paragonato all’ayatollah Khomeini, il nuovo leader supremo, l’ayatollah Khamenei, a mala pena aveva il supporto delle masse. In più, il governo tecnocrate e pragmatico dell’ayatollah Rafsanjani, la cui retorica principale era quella della ricostruzione, aiutò a costruire una classe media relativamente forte, le cui principali preoccupazioni difficilmente includevano quelle dei fondatori della rivoluzione islamica. I giovani cresciuti in quel periodo, in particolar modo le ragazze con il loro codice di abbigliamento progressivamente rilassato, si sono trasformati nel simbolo di un conflitto generazionale.

Nessuna sorpresa che la nuova era abbia avuto bisogno di Khatami, un candidato riformista che promettesse più libertà e meno oppressione. Dal punto di vista degli strateghi del regime, Khatami ha potuto servire da valvola di sfogo, contenendo le sollevazioni, dirigendo il malcontento ormai presente nella società verso obiettivi meno pericolosi e accettabili per gli alti funzionari del regime. Solitamente ci si aspetta che presidenti della Repubblica islamica servano per due mandati. Khatami non ha fatto eccezione.

Meomoire della crisi degli ostaggi di Masoumeh Ebtekar

Memoire di M. Ebtekar, portavoce degli studenti all'ambasciata americana ed ex-vicepresidente di Khatami

Anche se il movimento riformista non era riuscito a determinare i cambiamenti essenziali necessari a stabilire una democrazia occidentale, molti alti funzionari erano riluttanti a trovarsi a fare i conti con esso per altri otto anni. Se avessero preso il potere per un altro mandato, i riformisti e la neonata società civile – costituitasi durante l’era delle riforme – avrebbero potuto trasformarsi in una minaccia per l’esistenza stessa del sistema politico attuale. Inoltre, i riformisti stessi avevano aperto la strada perché iniziasse un nuovo capitolo. Il cambiamento che le masse esigevano non era allineato a ciò che gli esponenti riformisti avevano provato a realizzare.

Khatami ha dovuto passare il potere ad una nuova figura. Un’elezione discutibile ha portato Ahmadinejad e Rafsanjani al secondo turno delle elezioni presidenziali [2005]. Anche se i risultati del primo turno furono altamente discutibili, il fatto che Ahmadinejad sconfisse il suo rivale nel secondo turno con ampissimo margine rappresentò un chiaro segnale che la gente voleva cambiare, ancora una volta.

Durante i suoi quattro anni di presidenza, Ahmadinejad ha convinto le masse nelle zone rurali e suburbane che lui era il loro uomo. Mise insieme un cospicuo numero di sostenitori, sulle cui tavole venne portata una parte degli introiti legati al petrolio. Questo fatto condusse i principali strateghi del regime a credere che i tempi fossero maturi per la vendetta.

Le recenti elezioni presidenziali ed il relativo guaime, che si sia trattato di un colpo di stato o di una rivoluzione di velluto finita male, hanno aiutato i funzionari dell’IRI a mettere all’angolo gli esponenti moderati che erano emersi principalmente all’epoca della ricostruzione ed si erano affermati nell’era delle riforme. In altre parole, questa elezione ha contribuito a radicalizzare la scena politica iraniana. In questo senso, se avesse potuto trasmettere un messaggio, l’ayatollah Khomeini avrebbe chiamato la rielezione di Ahmadinejad la “terza rivoluzione”.

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Castigo – una poesia di Ahmad Shamlou

5 agosto 2009 at 23:13 (contributi in prestito, poesia) (, , , , , )

Castigo

Qui c’è un labirinto di prigioni
in ogni prigione miriadi di sotterranei
in ogni sotterraneo innumerevoli celle
in ogni cella schiere d’uomini in catene.

Uno di questi uomini
convinto dell’infedeltà della moglie
affondò profonda la daga

Un altro di questi uomini
in cerca disperata di pane per i figli,
fece una carneficina
nella calura infocata del mezzogiorno estivo.

Alcuni di questi uomini
un giorno quieto di pioggia
assalirono l’usuraio.

Altri, nel silenzio del vicolo,
si mossero furtivi sui tetti.
Altri ancora
razziarono denti d’oro da tombe fresche
a mezzanotte.

Ma io, io nessuno ho assassinato
In una notte scura e tempestosa.
Ma io, io mai ho assalito l’usuraio.
Ma io, io non mi sono mosso furtivo sui tetti.

Qui c’è un labirinto di prigioni
in ogni prigione miriadi di sotterranei
in ogni sotterraneo innumerevoli celle
in ogni cella schiere d’uomini in catene.

Ma io, assorto in fantasticherie,
non porgo mai loro orecchio. No,
cerco invece di ascoltare fuori l’eco flebile
della canzone infinita: l’erba del deserto
che spunta, avvizzisce, si secca,
si disperde nei venti.

E io, non fossi un uomo in catene,
un giorno all’alba,
come un ricordo vago quasi sepolto,
lascerei questo luogo freddo, spregevole.

E questo,
questo è il mio delitto.

Ahmad Shamloo, Iran, 1959

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Disavventura di un mullah paffutello

1 agosto 2009 at 17:29 (notizie in pillole, pensieri personali) (, , , , , , , , , , , , )

Mohammad Abtai ritratto da Arash Ashoorinia alcuni mesi fa - kosoof.com

Mohammad Abtahi ritratto da Arash Ashoorinia alcuni mesi fa - kosoof.com

Mohammad-Ali Abtahi fu uno dei più stretti collaboratori di Khatami durante i suoi due mandati presidenziali ed è stato il primo clerico di governo ad aprire un blog in farsi prima, in inglese poco dopo, guadagnandosi il nomignolo di “blogging mullah”. Scrive bene, con uno stile fresco e diretto che coinvolge senza darlo a vedere e i suoi post hanno titoli accattivanti.  Dal suo blog denunciò per primo che la giornalista irano-canadese Zahra Kazemi era stata uccisa in carcere. Mohammad-Ali Abtahi proviene da una famiglia fondamentalista, il padre ed il fratello maggiore sono entrambi clerici dalle visioni talmente conservatrici da essersi fatti arrestare dalle forze di sicurezza iraniane per attività sospette. Con loro  i rapporti sono sempre stati tesi e Mohammad-Ali sembra ritenerli responsabili di aver causato grandi sofferenze a sua madre, deceduta circa un anno fa a causa di complicanze legate al diabete.
Mohammad-Ali Abtahi ha 3 figlie e un nipote, nato dalla sia figlia maggiore, Fazeh, che è anche la sua consulente tecnica per quanto riguarda il blog. Dice, Abtahi, che è stata sua figlia ad insegnargli come gestire un web blog. Mohammad-Ali Abtahi è un uomo del sistema, è parte dell’establishement clerico-politico di quella macchina repressiva feroce che è la Repubblica Islamica. Un sistema che lui voleva emendare, non certo rovesciare. Un sistema con cui ammetteva che si potesse essere completamente in disaccordo senza farne un dramma. Abtahi ammetteva che si potesse non essere d’accordo con la costituzione, con la posizione privelegiata del clero, e quindi conla struttura stessa del potere statale. Non è chiaro quanto lui fosse in disaccordo o meno, ma scrivendo sul suo blog si rivolgeva esplicitamente ad un publico che poteva essere contro il sistema della Repubblica Islamica. Mohammad-Ali Abtahi faceva parte del comitato elettorale di Mehdi Karroubi ed era uno dei ministri designati dell’aspirante presidente.

Mohammad-Ali Abtahi è stato arrestato il 16 giugno 2009.

È sottoposto a forti pressioni, si pretende da lui che collabori per  impiantare un processo per tradimento contro Khatami e i maggiori leader riformisti. Gli hanno estorto una mezza confessione, dice che i riformisti stavano orchestrando tutto da 2 o 3 anni per indebolire il potere del Leader Supremo, che la storia dei brogli elettorali è una farsa, una menzogna. Che Mousavi, Karroubi e Khatami si sono messi d’accordo e stanno tramando  non si capisce bene cosa. La confessione è stata trascritta dall’agenzia semi-ufficiale Fars News e solo in parte tradotta in un articolo del New York Times. Intanto è iniziato questa mattina un processo di massa che lo vede tra gli imputati insieme a circa altre 100 persone, tra attivisti politici, blogger e giornalisti. Secondo quando riportato da Reporters Sans Frontieres agli avvocati è stato negato di assistere all’udienza ed in alcuni casi, tra cui quello di Abtahi, anche l’accesso ai fascicoli dei loro clienti.
Ora Abtahi è solo un uomo, un nonno, molto provato, che sta tentando di resistere, non tradire le sue idee, per discutibili che fossero, e di non perdere la propria dignità.

dalla pagina di Revolutionary Road su Facebook

"No comment", dalla pagina di Revolutionary Road su Facebook

Volendo aggiunge un commento personale: non la spunteranno. Stanno trasmettendo le immagini di esponenti del clero, politici riformisti ben conosciuti, in uniforme carceraria, malconci e sudati; stanno diffondendo confessioni incoerenti evidentemente estorte con la forza e le minacce. Il figlio del consigliere del candidato conservatore Rezayi, arrestato durante le proteste, è morto poco dopo essere uscito dal carcere, a causa delle torture. Ahmadinejad vaticina una nuova era parlando ai basiji e straparla di lezioni che impartirà a destra e a manca ma l’indignazione e la rabbia si estendono a macchia d’olio, in settori di popolazione sempre più vasti, che vanno oltre gli iniziali sostenitori dei riformisti o gli oppositori della Repubblica Islamica. Il sistema si sta incartando su se stesso e pare vicino al collasso.

[Altre immagini del processo qui, da Persian Gooya]

AGGIORNAMENTO 2/08: La moglie di Abtahi, Fahimeh Mousavinezhad, che potuto rivedere suo marito  solo ieri dopo 43 giorni, sostiene che  sia stato drogato con pillole per “tenere lontane le preoccupazioni” (fonte: Iranbaan, su twitter)

AGGIORNAMENTO 3/08: un articolo del Corriere della Sera sul caso in cui è riportato il commento di Azadeh Moaveni, autrice di “Lipstick Jihad“, qui.

AGGIORNAMENTO 4/08:

Iran Evening News Report:Radical flow movement toward Hashemi, Mousavi, Khatami and Karoubi trial

After the first session of reformists trial now hard-liners and right factions in parliament and some newspaper and news sites close to hard-liner demanding for senior reformists such as Mousavi and others to be trialed because they are the main reason of all recent riots and after people like Abtahi who were not as big as Khatami or Hashemi trialed and confessed to their participating in velvet coup now it is their seniors turn to be in court and trial because of their acts.

Io dico che non lo faranno mai. Poi…

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Quando non c’è una testa a cui sparare

31 luglio 2009 at 21:06 (pensieri personali, sproloqui) (, , , , , , , , , , , , , , , , , , )

Evin e i buchi neri

Il finale di “1984” è inquietante, fastidioso, fa orrore e sgomento, quasi priva chi legge della certezza delle piccole cose. È l’idea della tortura che tenta e alla fine riesce a disintegrare le persone dall’interno che agghiaccia; è il pensiero che il controllo possa essere totale, e che la fiducia reciproca sia impossibile, che fa venire i brividi. E infine è l’immagine di un confine tra vita e morte assurdamente sfumato, al punto che sembra non avere senso sforzarsi di capire se Winston sia morto sotto i ferri dei suoi carnefici o meno, a lasciare una sottile pervasiva sensazione straniante, una sensazione di totale impotenza.

Ma la società di Pista Prima non esiste, è morta, è capitolata in un passato remoto ed indefinito. Al più si incontrano sporadiche resistenze individuali senza speranza. Non c’è intorno ai prigionieri una rete di contatti umani, di persone che soffrono, si angosciano, piangono e si oppongono. Non c’è una vita quotidiana che si infrange, non c’è un prima e non c’è un dopo, tutto è una parentesi nel nulla. A Pista Prima, si direbbe, è semplicemente troppo tardi.
Almeno così mi pare, ma dovrei rileggere il libro, è passato troppo tempo.

Il Presidente Khatami visita unesposizione iperealista... (2004)

Il Presidente Khatami visita un'esposizione iperealista - 2004

Evin è peggio. Evin non è fatta per il mantenimento di uno status quo consolidato e apparentemente immodificabile. È il coperchio sulla pentola che bolle. Non è amministrazione dell’esistente, è il puntellamento continuo del potere. È la belva che lotta per la sua sopravvivenza, che si nutre e si alimenta della sua stessa violenza senza la quale non avrebbe più ragione di esistere.  È il sistema per spezzare le gambe che ostinatamente si sostiene siano state amputate tempo addietro. È il sistema cannibale che si nutre di gambe, che per due che ne sbrana deve trovarne quattro nuove. Evin è peggio perché aggredisce un’umanità ancora capace di sanguinare, non è un banale avvoltoio in cerca di carcasse che camminano. Evin è molti luoghi. È il braccio 209 e quello 325. Evin è a Tehran ma non solo. È l’unico nome disponibile, noto, conosciuto e memorizzabile per una serie di posti orrendi e senza nome, o con una miriade di nomignoli. Evin sono le prigioni occulte, i pozzi, le stanze cieche, le segrete delle caserme e del Ministero dell’Intelligence trasformate in cripte di prigionia e tortura il cui solo pensiero farebbe rabbrividire il più smaliziato dei guerriglieri, ma in cui può finire pressoché chiunque. Anche al più ingenuo degli adolescenti può capitare di scoprire questi luoghi misteriosi, entrarvi suo malgrado e ricevere l’onore di essere trattato alla stregua di un temibile condottiero nemico.

Evin è la residenza di quelli che non esistono e che non sono mai esistiti nonostante le famiglie li stiano ancora cercando. È la scienza delle cose apparentemente casuali. Si può stare dentro dieci giorni senza che succeda niente di tragico, ci si passare anche metà della propria esistenza uscendo in discrete condizioni di salute. Si può entrare e morire la notte stessa sotto i pestaggi e le torture, diventando un cadavere che salterà fuori per caso, forse, un mese dopo, chissà dove, magari carbonizzato ed irriconoscibile. Senza neppure i denti per prendere un calco.

Akbar Ganji dopo il rilascio, 19 Marzo 2006. Foto: Arash Ashorinia -Kosoof.com

Akbar Ganji dopo il rilascio. 19 Marzo 2006. Foto: Arash Ashorinia - Kosoof.com

Ad Evin è possibile trascorre periodi medi o lunghi, mesi o anni, o anche decenni, venirne fuori vivi ma debilitati nella mente e nel fisico, irreparabilmente segnati dalla malnutrizione, dalle botte, dalla scarsità di tutto. Dalla pressione psicologica, dalle umiliazioni, dalla fatica di vedere altri soffrire e sentirsi impotenti e magari confusi, perché qualche aguzzino si inventa che se testoni contro tuo fratello smetteranno di seviziarlo. Tortura bianca, isolamento, deprivazione sensoriale, impossibilità di riposare, alterazione del ritmo biologico, ma anche tortura bruta, medievale. Ad Evin si frustano forte le piante dei piedi, si stritolano membra, si strappano unghie e si cacciano teste in secchi pieni di escrementi aspettando quanto basta perché trattenere il respiro diventi impossibile. Si ammassa la gente in piccole stanze buie e le si lascia letteralmente marcire negando loro l’uso dei servizi igenici per giorni, elargendo cibo e bastonate di tanto in tanto. Oppure si chiudono persone in loculi così piccoli e bassi che sembrano bare, si può solo stare sdraiati ed aspettare.
Le tecniche sono antiche, l’esperienza trasmessa inalterata risale ai tempi dello Shah e della SAVAK. Oggi VEVAK,  due sole lettere di differenza tra le due sigle per dire, in una maniera coincisa ed efficacissima, che nulla è cambiato. Ad Evin si violenta con tanta brutalità da uccidere. Donne ma anche uomini, gente che a volte è difficile definire adulta. Da Evin si esce ma ci si rientra anche. Si esce con un permesso più o meno lungo, per motivi piuttosto vari, ci si presenta a casa in condizioni poco graziose. E mi viene in mente cosa deve essere per una madre vedersi comparire sulla soglia l’ombra tumefatta di un figlio e doverlo poi riaccompagnare alle porte della gabbia, dopo aver visto il risultato dell’ospitalità del carcere cittadino, avendo un’idea fin troppo ben definita di quello che succede dietro le alte mura di quella che ha tutti gli effetti è una città nella città.
Oppure si esce pagando a caro prezzo la propria libertà, la propria cauzione, per essere nuovamente arrestati pochi giorni dopo, e magari sparire, dopo che parenti e amici hanno dato fondo a tutte le riserve e sono rimasti senza mezzi per aiutarti. Da Evin si esce non di rado per morire oche ore dopo il rilascio. Dentro le mura di  Evin si perdono le tracce di frotte di studenti anonimi. Dentro le mura di Evin vengono incarcerate le ridotte al silenzio le voci degli intellettuali, dei clerici dissidenti, dei veterani della guerra che hanno detto una parola di troppo, dei basiji che hanno perso la fede nel sistema. Dentro le mura di Evin gli attivisti di sinistra vengono inghiottiti e digeriti in fretta.

Dentro le mura di Evin alcuni vengono fucilati e non se ne sa più niente, sepolti in fosse comuni.

Un militante giustiziato nellestate del 1988

Un militante giustiziato nell'estate del 1988

Finché la forca è sola…

Ma per essere fucilati in Iran pare si debba averla combinata grossa, il fucile è per l’opposizione organizzata, magari armata, è per chi milita in organizzazione politiche, perché sposa un’ideologia avversa a quella vigente. È per gli atei comunisti, o per gli ipocriti Mujahdin. La fucilazione è riservata a chi rappresenta una minaccia reale, diretta, totale, non solo teorica o ideale. E non si svolge in pubblico, non è cosa di cui vantarsi come una lapidazione. Ricorrere alla fucilazione vuol dire ammettere che esiste qualcuno in grado di scalfirti, palesare la propria definitiva vulnerabilità. È quasi una questione tra pari. Chi viene fucilato deve in qualche modo essersi posto sullo stesso piano del regime. Farsi fucilare vuol dire essersi fatti scoprire, essere stati identificati come nemico competitore, ma anche aver perso l’appoggio delle masse, essere in una condizione di emarginazione tale per cui uno sterminio non riesce a far sollevare l’onda dell’indignazione collettiva. Quando i fucili tuonano il sistema ha già vinto. Ha circoscritto il pericolo, definito un’élite di militanti da cancellare. Era il 1988 secondo il nostro calendario quando i fucili della Repubblica Islamica dell’Iran sparano più di 20000 colpi. Quest’anno è il 1388 secondo il calendario iraniano e possiamo ancora augurarci di che all’interno delle mura di Evin non si spari. Che tutti  morti che verranno saranno morti impiccati, pestati o torturati e lasciati agonizzare. Ma non fucilati. Che poi è il sistema di eliminazione più rapido. L’unico che ti permettere di far sparire decine di migliaia di individui, l’unico praticabile se si vuole letteralmente cancellare un segmento di società.

Se questo sollevazione è davvero di massa, se davvero il movimento si muove su una rete che non ha nodi centrali, in cui tutti sono necessari ma nessuno è indispensabile, se veramente non c’è nessuno che ne tira i fili, i fucili resteranno in silenzio.

. 2004: Gathering at Khavaran cemetery in Tehran in memory of the 1988 massacre of Iranian political prisoners. Hundreds, perhaps thousands, were secretly executed in the capital and in prisons throughout the country on the orders of Ayatrollah Khomeini [See Abrahamians account]. Photos from Etehad Fedaian Khalgh.

2004: Gathering at Khavaran cemetery in Tehran in memory of the 1988 massacre of Iranian political prisoners. Photos from Etehad Fedaian Khalgh

Our Neda is alive, it’s the regime that is dead! (*)

Cut off one head of the Green Movement and it will grow 1,000 in its place (**)

Freedom, equality, human identity! (***)

Questo post è un delirio personale, frutto di riflessioni lunghe ma non molto ponderate, che attingono alle seguenti fonti:

  • Le porte chiuse di Teheran – di Zarah Ghahramani, con la collaborazione di Robert Hillman. Autobiografia di una studentessa arresta quasi per caso;
  • Ashraf Delgani, “Torture and resistance in Iran , Memories of the woman guerrilla A. Delgani, member of the O.I.P.F.G.”, (ovvero le memorie di una leader dei Fedayn torturata in prigione ai tempi dello Shah così come sono citate da Hamideh Sedghi in “Women and politics in Iran – Veiling, unveiling, reveiling“;
  • George Orwell – “1984“;
  • Articoli e testimonianze varie sulle esecuzioni di massa dell’estate 1988 (ad esempio Wikipedia, pagina ricca di link a fonti primari, il sito web Iran Rigths, il portale Mid East Youth, e questa pagina web creata in occasione del memoriale del massacro);
  • Sempre sul massacro del 1988, un contributo dello storico Abrahamian: qui;
  • Referto del medico legale sul corpo di Zahra Kazemi (qui);
  • Caso personale di Akbar Ganji, oggi cittadino onorario di Firenze, dalla corrispondente pagina di Wikipedia e dalle foto di Arash Ashoorina (in ordine cronologico, qui, qui e qui);
  • Informazioni varie sul caso Ahmed Batebi (bastino la relativa pagina di Wikipedia – qui– e i link che vi si trovano, ma anche la traduzione di un’altra sua testimonianza);
  • Informazioni varie sul caso Akbar Mohammadi (idem, qui);
  • Informazioni sul caso più recente (2008) di Ebrahim Latif Allahi;
  • Il caso di Farzad Kamargad, insegnante curdo appartenente al Sindacato dei Docenti.
  • Fatti recenti e meno recenti vari. Tra le tante fonti:
  • Amnesty International,
  • alcune pagine del The Guardian, qui,
  • il blog Iranian Leftists qui,
  • RSF – Reporters Sans Frontiers, ad esempio questo video o quest’articolo più recente,
  • le testimonianze raccolte da Revolutionary Road, Iran All Day, SB News e Roozonline.com, in particolare relativamente alle morti di Amir Javadifar (1985-2009), Alireza Davoodi e Ramin Ghahremani (1979-2009), figlio del consigliere del candidato conservatore Rezai, tutte avvenute a causa delle torture subite in carcere, ma le ultime due solo alcuni giorni dopo il rilascio.
  • Aggiungo infine due articoli di questi giorni: “Iran, tante prigioni come Guantanamo” e “Teheran, tra rilasci e tortura”


(*) Slogan diffuso in rete e nelle strade

(**) da twitter

(***) slogan in via di diffusione, adottato promosso dal blogger Saeed Valadbaygi

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International Day of ACTION for Iran – Barcelona

28 luglio 2009 at 11:49 (eventi) (, , , , , , )

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Barcelona, Plaça Universitat (University Square) - 25th July 2009

amnesty

The speaker from Amnesty International holds her lecture (in Catalan) before an Iranian flag with the words "Freedom for Political Prisoners" (in Spanish)

people

Iranian, Spanish and international people standing in solidarity

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Iranian children in Barcelona, dressing a T-shirt with the picture of Neda. They were giving red roses and green ribbons to the people.

green_baloons

Green baloons flying among people

Musinc in Solidarity

Music in Solidarity

"Where is my vote?" in Spanish (left) and Catalan (right)

"Where is my vote?" in Spanish (left) and Catalan (right)

The word "Iran" made up by candles

The word "Iran" made up by candles

Young Iraninan speaker addressing people with chants and slogans

Young Iraninan speaker addressing people with chants and slogans

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International Day of ACTION – July 25

25 luglio 2009 at 10:39 (eventi) (, , , , , )

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Libertà per Hengameh Shahdii, Mahsa Amrabadi e tutti gli altri giornalisti arrestati

19 luglio 2009 at 14:31 (contributi in prestito) (, , , , , , , )


[da Women in the city]

di Ahmad Rafat (membro dell’esecutivo di ISF)

Henghameh Shahidi

L’hanno arrestata. Hengameh Shahidi, la coraggiosa giornalista iraniana che era rientrata da Londra, dove viveva da qualche anno per frequentare un corso all’università, è stata arrestata.
Tempo fa avevo scritto una nota citando una sua drammatica comunicazione che mi era giunta nei primi giorni della rivolta. In quella email, Henghameh mi raccontava di come era fuggita all’arresto e di come dormiva ogni notte in una casa diversa, per continuare ad aggiornare il suo blog. Nella sua email, Henghameh ,mi salutava come se fosse diretta al patibolo, come se fosse la nostra ultima comunicazione. Dopo quella email, ne ho ricevute altre due da lei, poi il silenzio.
Un silenzio che non premetteva nulla di buono. Oggi ho saputo che l’hanno arrestata qualche giorno fa. Con la detenzione di Henghameh Shahidi sale a oltre 40 il numero dei giornalisti e dei blogger arrestati dal 13 giugno. Tra di loro anche un’altra collega, Mahsa Amrabadi, incinta di sei mesi e Saiid Hajjarian, paralizzato in seguito ad un attentato subito 10 anni fa.

Mahsa AmrAbadi

Mahsa AmrAbadi

La collega che mi ha chiamato per comunicarmi l’arresto di Henghameh Shahidi mi ha posto una domanda: come è possibile che davanti ai fatti gravi che accadono in questi giorni in Iran, con migliaia di giovani arrestati, centinaia di feriti e alcune decine di morti, gli otto grandi della terra si limitino a “deplorare” quanto sta accadendo nel mio paese?
Bella domanda, che si sono posti in molti anche nel corso del summit degli otto grandi all’Aquila.

E sufficiente essere “preoccupati” e “deplorare” quando tutti i diritti di un popolo, a cominciare da quello di voler scegliere il proprio presidente, vengono calpestati? Molte colleghe italiane, tutte quelle che qualche anno fa numerose hanno partecipato al convegno della FNSI dedicato alle giornaliste iraniane, hanno conosciuto da vicino Henghameh Shahidi, l’hanno ascoltata e l’hanno intervistata.
Almeno loro dovrebbero compiere un passo presso il governo italiano perchè intervenga a favore di lei e degli altri giornalisti arrestati nei giorni successivi alle elezioni truffa del 12 giugno

14/07/2009

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Dibattito sull’Iran: un contributo interessante

12 luglio 2009 at 11:13 (contributi in prestito) (, , , , , , , , )

Mentre leggevo quest’articolo, pescato sul sito comunistissimo e italianissimo “Il mercante di Venezia“, mi domandavo come l’autore fosse riuscito a mettere insieme informazioni così dettagliate senza avere accesso a fonti dirette o comunque in lingua farsi. Infatti non era questo il caso.
L’autore dell’articolo che segue, di cui faziosametne riporto solo le parti che trovo più interessanti e condivisibili ma che può essere letto qui in versione integrale, è Alì Ghaderi, Responsabile Esteri dell’Organizzazione dei Fedayn del Popolo Iraniano. Si tratta di un pezzo molto… marxista,  lungo e “pedante” per stessa ammissione di chi lo ha scritto, strutturato in forma argomentativa e decisamente dettagliato, che forse vale la pena di leggere per intero. Qui riporto l’essenziale, la linea del discorso senza però le prove minuziose o tutti gli esempi.

Dibattito sull’Iran. Risposta a Eva Golinger e agli islamo-marxisti

Compagno Chavez, compagno Lula, compagno Ahmadi Nejad? No, grazie! Risposta a Eva Golinger e ai suoi estimatori italiani

In questi giorni nella sinistra italiana, di fronte ai drammatici avvenimenti in Iran, fioriscono singolari manifestazioni di simpatia verso la Repubblica Islamica, anche grazie alle prese di posizione di alcuni numi tutelari della stessa sinistra, tra cui Lula e Hugo Chavez, il quale ha dichiarato che in Iran non ci sono stati brogli e che la cosiddetta onda verde è semplicemente un’invenzione della CIA. Di fronte a tali affermazioni pensavamo non ci fosse bisogno di intraprendere lunghe discussioni teoriche. Basterebbe utilizzare il buon senso per dire che la sinistra non può appoggiare un regime dittatoriale teocratico e che Lula e Chavez parlano a difesa delle proprie economie.

Ma, preso atto che per alcuni il buon senso non è sufficiente, veniamo ad argomentare questa affermazione. E siccome buona parte delle obiezioni vengono corroborate da una sedicente analisi “leninista”, attingeremo a qualche esempio tratto dalla storia del marxismo rivoluzionario, chiedendo anticipatamente scusa se saremo costretti ad essere un po’ pedanti. Il sito de L’Ernesto ha tradotto e pubblicato nei giorni scorsi un articolo di Eva Golinger, intitolato La “Rivoluzione Verde”: il copione è stato riproposto; questa volta in Iran, che ci sembra un buon compendio delle teorie complottiste islamo-marxiste e dunque scegliamo di rispondere a quell’articolo, anche perché l’autrice è un’intellettuale vicina proprio a Hugo Chavez. […]

Le tesi della Golinger si possono sintetizzare così:

1. la ribellione del popolo iraniano è assimilabile alle cosiddette “rivoluzioni colorate” avvenute in alcuni Stati dell’Est europeo e repubbliche ex sovietiche, come la “rivoluzione arancione” in Ucraina. In altre parole è l’imperialismo americano che, attraverso ONG, servizi segreti e altre agenzie governative, tira i fili della contestazione. Mostrare indulgenza nei confronti di chi manifesta significa dunque schierarsi con l’imperialismo, cioè con gli USA.

2. I brogli e l’immagine dittatoriale appiccicata alla Repubblica islamica sono un’invenzione mediatica mirata a screditare l’Iran, appunto perché rappresenta un ostacolo per l’imperialismo americano.

3. Ahmadi Nejad in realtà gode del sostegno del popolo iraniano, mentre il movimento scatenatosi dopo le elezioni esprime gli interessi esclusivi della borghesia e delle classi medie: una specie di cavallo di Troia per gli interessi americani in Iran.

1. Non c’è un solo imperialismo

E’ assodato che gli USA vedano nell’Iran un paese chiave per loro politica, vista l’influenza che esso esercita su una vasta area del mondo, attraverso i suoi legami con le enclavi sciite in Iraq, Libano, Siria, Pakistan, India e anche con organizzazioni dell’islam sunnita (ad esempio Hamas). Dunque è ovvio che lavorino per modificare gli assetti di potere interni all’Iran secondo i propri interessi. Trarne come conseguenza che chi contesta il regime è filoamericano ci sembra quanto meno discutibile. Viviamo in uno scenario mondiale complesso e segnato dal conflitto tra differenti imperialismi (non c’è solo quello americano) ed è abbastanza naturale che, in questo quadro, qualsiasi posizione si assuma su temi di politica internazionale possa essere strumentalizzata. Non è una novità. Vorrei ricordare che nel 1917 Lenin e gli altri rivoluzionari russi in esilio in Europa arrivarono in Russia per mettersi alla testa della rivoluzione nel famoso vagone piombato messo a disposizione dalla Germania, probabilmente insieme a una congrua dotazione di rubli, e che se il Kaiser fu così gentile doveva avere i suoi buoni motivi. Tant’è che per anni la propaganda dipinse i bolscevichi come spie e agenti dell’imperialismo tedesco. Avrebbero dovuto dire: “No, grazie. Andiamo a piedi”?

Seconda osservazione: siamo proprio sicuri che oggi Obama abbia interesse a sostenere una ribellione che nasce sì da uno scontro interno al regime, ma sotto la spinta popolare sembra sfuggire allo stesso controllo di Moussavi? A giudicare dalle dichiarazioni sue e dei principali governi occidentali parrebbe esattamente il contrario.
[…] lo scontro tra Ahmadi Nejad e Moussavi, nato come un conflitto di potere tutto interno al regime (*), ha fatto emergere un groviglio di contraddizioni e di aspirazioni collettive che probabilmente travalicano le intenzioni di Moussavi e su cui lui stesso non è in grado di esercitare un controllo adeguato. Le elezioni sono state la classica goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo di tensioni politiche e sociali crescenti, che già da alcuni anni si manifestavano nei fermenti delle classi medie più sensibili alle sirene occidentali, ma anche in una crescita significativa delle lotte sindacali e della contestazione studentesca. Il conflitto che ne è seguito dunque ha portato alle luce domande che non troveranno risposta nel quadro della Repubblica islamica e dunque spingono verso una possibile rottura con le compatibilità di quel quadro. Se negli ultimi giorni, anche come conseguenza della repressione brutale, agli slogan contro Ahmadi Nejad si sono aggiunte le grida di “Morte a Khamenei! Morte alla Repubblica islamica!” e la gente ha cominciato a bruciare le immagini della Guida religiosa, significa che la probabilità di una “soluzione interna”, quella che tutte le diplomazie occidentali perorano, sta diminuendo. […]

I leader “riformatori” storici iraniani oggi sembrano impegnati nella ricerca di una soluzione che permetta di mettere a lato Ahmadi Nejad e forse anche Khamenei preservando la repubblica islamica […]. Il problema è: oggi, dopo decine di morti, centinaia di arresti, l’esplodere della rabbia popolare, tale mediazione è possibile e Moussavi sarebbe in grado di sottoscriverla? A noi non sembra scontato che la risposta sia sì. Arrivato alle elezioni come creatura di Rafsanjani, Moussavi, ex primo ministro e responsabile per lo sterminio di 30mila oppositori del regime (noi non ce lo siamo scordati), oggi è spinto dalle circostanze verso un’altra traiettoria. Lo scenario è contraddittorio e ci sono diversi finali possibili.

2. L’anti-imperialismo “unitario e plurale”, da Chavez a Ahmadi Nejad

A differenza di Eva Golinger, di Lula e di Hugo Chavez noi non abbiamo granitiche certezze sulla vittoria di Ahmadi Nejad né su quella del suo rivale, anche se l’ammissione di qualche “errorino” da parte di Khamenei è acclarata. Ma il punto è che – con o senza brogli – quando un candidato per essere eleggibile deve essere costituzionalmente “approvato” dalla Guida religiosa e professarsi musulmano di confessione sciita, cioè quando vi sono forze politiche (tra cui quelle di sinistra) escluse dalle candidature, il tasso di democraticità di un sistema politico non si misura più in base alla “regolarità” degli scrutini. Noi […] pensiamo che, dal punto di vista dei lavoratori e delle classi subalterne, un sistema democratico sia preferibile a una teocrazia. E sappiamo che la rivendicazione collettiva di semplici diritti democratici si accompagna e si intreccia per lo più con la richiesta di giustizia sociale. Tuttavia dobbiamo riconoscere di essere viziati da qualche pregiudizio ideologico. Tanto da ritenere – a differenza di Eva Golinger – che quando la polizia spara su donne e bambini, ciò costituisca un crimine e non “una presunta violazione dei loro diritti” (a meno che anche i morti non siano una fiction girata negli studios della Paramount a Hollywood).

I compagni de L’Ernesto ci risponderanno citando la famosa frase di Lenin a proposito dell’emiro afghano Amanullah – “E’ un reazionario, ma lotta contro l’imperialismo” -, utilizzata dai “marxisti-leninisti” per giustificare l’appoggio a un fronte antimperialista che va da Chavez a Ahmadi Nejad, magari passando per il mullah Omar e – perché no? – Osama Bin Laden. Ma Amanullah era un reazionario che negli anni ‘20 abolì la schiavitù e l’usura (a danno dei commercianti e dei grandi proprietari terrieri); bandì la poligamia, l’obbligo per le donne di portare il velo, la pratica dei matrimoni imposti e introdusse le scuole miste. Infine lottò per l’indipendenza dell’Afghanistan dall’impero coloniale inglese e venne rovesciato con l’appoggio dei clan tribali ostili alla modernizzazione. […] Ma sdoganare la politica interna degli ayatollah in nome della lotta contro l’imperialismo significa tuffarsi nel paradosso: in Italia la sinistra rivendica più diritti e libertà per i lavoratori, ma ai lavoratori iraniani chiede di sacrificarsi “per il bene del proletariato mondiale” […], ma ai manifestanti di Tehran chiede la dichiarazione dei redditi per vedere se sono proletari o classe media (e se hanno l’IPhone o usano Twitter è già un indizio di colpa, come se l’Iran fosse il Burkina Faso). […] I fenomeni sociali e politici sono spesso contraddittori e affrontarli semplicemente capovolgendo il punto di vista del “grande Satana” è segno di subalternità. Il marxismo fonda la sua politica sulla necessità di un punto di vista autonomo e internazionalista dei lavoratori e delle classi subalterne, non sul rimpallo delle disgrazie tra i lavoratori di diversi paesi.

3. I fattori sociali nello scontro in Iran

Qui entra in campo il vero e proprio fondamento teoretico del complottismo di Eva Golinger e degli islamo-marxisti: in Iran i lavoratori e le classi subalterne starebbero con Ahmadi Nejad e la borghesia e le classi medie (prima o poi qualcuno ci spiegherà cosa sono) con Moussavi. Che le classi medie stiano con Moussavi non ci piove. La borghesia, come è nella sua natura, segue gli avvenimenti aspettando di capire come butta. A noi sembra peraltro che la borghesia iraniana non abbia troppo di che lamentarsi di Ahmadi Nejad. Dal 2005 al 2008 – secondo il Ministro delle Finanze e responsabile dell’IPO (Iranian Privatization Organization) Golamrezha Kord Zaghaneh – la Repubblica Islamica ha privatizzato un terzo degli assets statali, circa 330 aziende di Stato – banche, telecomunicazioni, trasporti, scuola, sanità, settore petrolifero, persino la pesca – per un valore di 330 miliardi di real, precisando che “l’ampiezza delle privatizzazioni in Iran è di gran lunga maggiore che in Europa e in particolare in Francia, cioè nel paese che ha aperto la strada all’ondata di privatizzazioni europee”. Per quanto riguarda invece il vasto sostegno popolare ad Ahmadi Nejad andrebbe dimostrato in modo un po’ più serio. Invece c’è chi addita come prova i dati elettorali forniti dal governo iraniano, il che equivale a dire che i lavoratori iraniani stanno con Ahmadi Nejad perché lo dice Ahmadi Nejad. C’è chi dice che i Basiji sono “figli del popolo”, parafrasando i famosi versi scritti da Pasolini nel ’68, dopo gli scontri di Valle Giulia (“Quando a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli dei poveri”). Noi, finché qualcuno non ci porta argomentazioni e dati più seri, persisteremo nelle nostre erronee convinzioni, consolandoci di essere in compagnia di tutte le organizzazioni della sinistra iraniana, compresi i marxisti-leninisti del Tudeh. D’altra parte vorremmo ricordare che anche Mussolini godette di un significativo sostegno popolare, tanto da arrivare al potere di fatto per via parlamentare (certo dopo aver fatto fuori un bel po’ di socialisti e comunisti). Che il fascismo in Italia si fece promotore di una legislazione sociale relativamente avanzata: il welfare e l’industria pubblica italiani nascono proprio in quel periodo. Che infine combatté gli imperialismi americano e inglese. Evidentemente ciò non bastò ai lavoratori. […]

In questi anni in Iran si è manifestata una forte crescita delle lotte sindacali, in particolare nel settore auto, negli zuccherifici, nei trasporti e nella scuola. Centinaia di sindacalisti si trovano in carcere e lo scorso Primo Maggio le manifestazioni del May Day sono state apertamente ostacolate dall’occhiuta polizia del regime. A meno di pensare che sindacalisti e scioperanti siamo provocatori al soldo dell’imperialismo yankee ciò sembra contraddire quanto dicono Eva Golinger e accoliti. D’altra parte quando si parla di sostegno popolare in un paese in cui vi sono 8 milioni di dipendenti pubblici che vengono portati in autobus in orario di lavoro ai comizi dei leader politici e religiosi e che per ritirare lo stipendio successivo devono giustificare la loro eventuale assenza, bisognerebbe avere l’accortezza di usare almeno le virgolette. Così come bisognerebbe evitare di rendere l’equazione onda verde=classi medie una legge della fisica. Guardare con attenzione ai fatti, soprattutto quando ci si trova di fronte a fenomeni complessi come una grande sollevazione politica, aiuta a capirne le dinamiche e le articolazioni interne. […] Sul numero di giugno del bollettino mensile di Controcorrente abbiamo tradotto e pubblicato un comunicato del sindacato interno della Vahed Bus Company, la compagnia che gestisce il trasporto pubblico locale nel comprensorio di Tehran. Quel sindacato, che durante la campagna elettorale non aveva sostenuto alcun candidato, argomentando che nessuno di loro rappresentava gli interessi dei lavoratori, dopo le elezioni annuncia il suo appoggio non a Moussavi, ma al movimento contro il regime e invita la Confederazione Internazionale dei Sindacati a mobilitarsi non solo per la liberazione dei sindacalisti iraniani in carcere e il diritto alla costituzione di sindacati indipendenti in Iran, ma anche il rispetto dei diritti negati agli iraniani scesi in piazza dopo le elezioni. Dopo l’inizio della violenta repressione da parte del regime (o delle “azioni aggressive da parte dei manifestanti” come scrive Eva Golinger) circola la notizia che un autista della Vahed Bus Company si sia gettato col suo mezzo su un drappello di miliziani Basiji, uccidendone alcuni. […] Non credo che i tramvieri di Tehran abbiano modificato il proprio giudizio “di classe” su Moussavi. Semplicemente hanno ritenuto che nuove circostanze oggettive abbiano modificato il ruolo dell’ “onda verde” a prescindere dalle intenzioni del suo leader. E probabilmente hanno deciso di “usare” Moussavi come una copertura meno rischiosa per esprimere le proprie aspirazioni. Proprio come nei forum su internet i manifestanti si consigliano reciprocamente di andare in piazza col Corano per avere una “copertura” dalla giurisprudenza islamica ed evitare di essere assassinati dalle forze di sicurezza.

4. Flessibili a Roma, inflessibili a Tehran…

L’idea di una rivoluzione in provetta, in cui tutti gli attori sociali procedono linearmente senza commistioni e intrecci, e le scelte politiche e gli eventi della storia si conformano alle lezioni di un presunto bignami marxista della rivoluzione è astorica e anche un po’ ingenua. Nel 1905 i bolscevichi stavano dentro i sindacati gialli organizzati da Zubatov, un funzionario della polizia zarista, protagonisti della rivolta diretta dal Pope Gapon, un personaggio personalmente e ideologicamente ambiguo. Nel 1917 rovesciarono il regime autocratico dello zar appoggiandosi alla borghesia e successivamente il governo borghese alleandosi ai contadini. […] Certo per i marxisti è fondamentale unire le proprie alle altrui forze senza perdere la propria autonomia politica e questo è un problema che si pone anche alle forze marxiste iraniane. Ma il punto è come a questo problema si cerca una soluzione a partire dalle condizioni concrete dell’Iran di oggi; un tema che va affrontato senza schematismi. Sennò il risultato è la politica dei cento fiori. Eva Golinger dice che la sinistra deve stare coi Pasdaran. Il Partito Comunista dei Lavoratori (**), dopo una disamina degli errori commessi dalla sinistra iraniana al completo, intima ex cathedra ai lavoratori iraniani di rompere con la borghesia e poi si ritira nel proprio studiolo (senza neanche inviare un drappello di compagni a Tehran per dare al proletariato persiano un esempio di risoluto e intransigente spirito di indipendenza di classe). L’inossidabile Fulvio Grimaldi (***), dice che la sinistra non deve stare da nessuna parte. Da un’altra parte i “democratici” franceschiniani si imbavagliano coi fazzoletti verdi pur di non dover dire nulla di compromettente.

Per concludere le posizioni di Eva Golinger e dei suoi sostenitori, più o meno “leninisti”, – lo diceva bene Marco D’Eramo qualche giorno fa sul Manifesto – sembrano essere il frutto di quella legge per cui il nemico del mio nemico è mio amico. Ma la proprietà transitiva, che si applica perfettamente agli oggetti dell’algebra e della geometria, non può essere trasposta meccanicamente sul terreno della politica. La politica non è una scienza pura, che manipola enti ideali e astratti come sono i punti e le linee. E’ una scienza empirica, che tratta fenomeni sociali complessi fatti da cose e soprattutto da persone che a volte finiscono per bagnare col proprio sangue il selciato della strade. Come a Tehran. […]
In Iran noi non vediamo uno Stato che si difende da forze oscure e impenetrabili. Vediamo una crudeltà cieca ed efferata che colpisce milioni di persone e non c’è nessuna idea di progresso, di giustizia sociale, di presunta lotta contro l’imperialismo che possa combinarsi con tale efferatezza né giustificarla.
27 giugno 2009
Alì Ghaderi
Responsabile Esteri Fedayn del Popolo Iraniano

Marco Veruggio
Direzione nazionale PRC/Portavoce nazionale Controcorrente Sinistra PRC

(*) questo pare condivisibile per quanto riguarda i leader politici, ma forse ai militanti politici più “ideologizzati” sembra sfuggire che Mousavi e le scelte che ha adottato in campagna elettorale avevano creato reali aspettative in una gran quantità di sostenitori. In realtà è stata l’intera fase pre-elettorale con il suo carico di illusioni di libertà e di cambiamento nel senso più generale possibile ad aver incentivato una sensazione di speranza tra diversi strati della popolazione, catalizzando il mancontento diffuso e scalfendo – almeno un po’ – il pessimismo degli attivisti navigati, dei pluri-arrestati, di quelli che avevano smesso di andare a votare dopoil fallimento dell’era Khatami o che alle urne non ci si avvicinavano referendum del ’79. E proprio il carico delle aspettative deluse, brutalmente disattese dalla vittoria del presidente uscente con un margine troppo grande per essere emotivamente sostenibile, si è trasformato nell’onda della protesta di massa che si è riversata nelle strade.

(**) vedi il post “Parola d’ordine: sovraimporre”

(***) qui, mi pare, ci siano due scuole di pensiero: la prima, più diffusa trai cosiddetti “antimperialisti”, sostiene che la Repubblica Islamica è autentico bastione di anti-imperialismo, attaccato sul nascere da Saddam Hessein ai tempi al soldo della CIA; la seconda dice che Mousavi ha aiutato la CIA a fare fuori il nazionalista panarabo, laico e progressista Saddam Hussein utilizzando armi israeliane (affare Iran-Contras) e che quindi è il più venduto di tutti in un sistema di venduti. Quest’ultima tesi è quella sposata dal Grimaldi.  Entrambe le visioni ad ogni modo si distinguono per l’estrema chiarezza e semplicità, a studiarle bene ci si troerebbero tutte le funzioni identificate da Propp... Una versione più creativa, qui (la appoggio perché è la più simpatica, seguendo la sarrachianisofia, ma anche perché adoro chi sa rimescolare le carte quando si sono già formati due solidi blocchi contrapposti)

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